Paolo Valenti

Capitano, mio capitano… No, non è la poesia che Walt Whitman scrisse dopo l’assassinio del presidente Lincoln. E nemmeno la scena finale de L’Attimo Fuggente, nella quale il professor Keating, interpretato da un magistrale Robin Williams, viene così appellato dai suoi ragazzi in un ultimo, struggente addio. Ma, più semplicemente, il commiato rammaricato che i tifosi della Roma, forse già tra poche settimane, mormoreranno tra loro nel momento in cui Francesco Totti chiuderà definitivamente la sua carriera di calciatore. Momento difficile da scegliere per ogni professionista, sempre in bilico tra stimoli personali, calo delle prestazioni e capacità di costruire un futuro diverso dalla vita vissuta per anni svegliandosi la mattina per andare a fare quello che più piace sin da quando si era bambini: giocare a calcio.

totti addio europa

Francesco Totti, 25 stagioni in giallorosso.

 

Le tre tipologie del campione che smette

Lo stesso Totti, in più di un’occasione, ha candidamente dichiarato di avere difficoltà ad immaginarsi in contesti diversi: in lui il grido della passione è ancora così forte da rendergli insopportabile l’idea di smettere. Una passione alimentata dal piacere di allenarsi su brillanti tappeti erbosi, scherzando con i compagni, pensando alla prossima partita. In casa o in trasferta, sul pullman o in aereo, con l’adrenalina che sale con l’avvicinarsi della gara. L’attesa, le notti insonni prima dei match importanti, gli occhi e i cori di sostegno di migliaia di persone che pensano di sapere tutto di te senza conoscerti sono sensazioni alle quali, arrivato il momento, sembra impossibile fare a meno. Del resto “un calciatore muore sempre due volte: la prima è quando smette di giocare”. Affermazione sufficientemente esplicativa di Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico, una delle migliori espressioni del calcio mondiale a cavallo degli anni 1970-80. E’ difficile reinventare se stessi in un ruolo diverso. La voglia di correre, il piacere che deriva dalla fatica, la paura di fare i conti col tempo che avanza (oltre all’esigenza di capitalizzare gli ultimi ingaggi importanti) spingono i calciatori a spostare l’abbandono della carriera ad un momento quanto più possibile lontano. In linea di massima sono tre le categorie di approccio al ritiro: quella dettata dalla valutazione fisica, quella basata su considerazioni diverse che non tengono molto in conto l’usura corporea (come le esigenze economiche o l’incapacità a rinunciare alla propria passione) e quella, meno frequente, della chiusura anticipata rispetto alle aspettative del pubblico di continuare a veder giocare il campione.


Nella prima categoria rientrano quasi sempre quei giocatori che, avendo considerazione di sé e del valore della propria carriera, sanno trovare il giusto punto di incontro tra la voglia di proseguire e lo sfiorire delle prestazioni. Per loro, continuare a giocare non è più tollerabile in considerazione del rischio di appannare l’immagine di una vita professionale colma di successi di squadra e stima personale. Sandro Mazzola smise nel 1977 a trentacinque anni. L’anno dopo toccò a Giacinto Facchetti annunciare, a trentasei anni, un ritiro che comportò la rinuncia anche al mundial argentino. Seppe finire in gloria alla stessa età Gianni Rivera nel 1979, firmando da capitano il decimo scudetto del Milan. Rimanendo in casa rossonera, altri addii rispondenti a questa tipologia sono riconducibili al trentasettenne Franco Baresi e ai quarantunenni d’acciaio Costacurta e Maldini. Tutti giocatori che, con oculatezza e misura, hanno saputo fare un passo indietro un attimo prima di diventare i Buffalo Bill degli stadi. Considerazioni probabilmente poco sviluppate dall’indisputato numero uno degli ultimi quarant’anni, Diego Armando Maradona che, dopo aver portato il Napoli al suo secondo scudetto e la nazionale argentina alla finale del mondiale italiano, tra opache vicende personali e lotte di potere vide precipitare la sua parabola professionale in situazioni che nulla di positivo hanno saputo aggiungere a una vita calcistica inarrivabile. Di fatto gli ultimi tre anni di attività, quelli spesi con le maglie di Newell’s Old Boys e Boca Juniors, furono più una patetica elemosina al campione del passato che una oggettiva necessità tecnica. Con elementi di contorno diversi, lo stesso percorso che un altro astro del calcio mondiale, l’irlandese George Best, fece negli anni settanta: dopo essere stato il visibilio dell’Old Trafford, vagò dolorosamente sulle due sponde dell’Atlantico a collezionare esperienze minori, vittima di un carattere fragile e sensibile che gli fece sperperare il capitale di talento di cui madre natura l’aveva dotato. Le sue esperienze dal 1974 al 1984 trovarono senso solo nella necessità di ingaggi e nell’incapacità di immaginarsi fuori dal rettangolo di gioco.

L’ADDIO AL TOP DI PLATINI
Poche, come detto, le scelte di calciatori orientate al ritiro prima dello stop imposto dall’anagrafe. Quella più illuminante è sicuramente legata a Michel Platini, che abbandonò le scene a soli trentadue anni con un fisico ancora integro. Nel suo caso la mancanza di stimoli per aver già raggiunto il top e la voglia di cominciare a cimentarsi in ambiti diversi determinarono una valutazione assolutamente rara. Che, di recente, ha abbracciato anche il centravanti italo-argentino Pablo Daniel Osvaldo, per motivi diversi ma sempre legati allo scemare delle motivazioni che spingono un atleta ad allenarsi tutti i giorni e a sopportare le pressioni del professionismo. Osvaldo non aveva più la voglia di sacrificarsi e di nuotare nell’ipocrisia che spesso serve per attraversare un mondo articolato come quello del calcio professionistico e ha preferito dedicarsi alla sua passione per la musica. L’addio alle armi, comunque affrontato, è un passaggio cruciale nella vita personale, prima ancora che professionale, di un calciatore. Saperlo affrontare nel modo giusto è l’ultimo capitolo di un romanzo tanto avvincente quanto difficile da concludere.