Francesco Cavallini

La storia dell’Inter è circondata dall’amore. Quello infinito dei suoi tifosi, sottolineato dall’immenso Gianni Brera, che la chiamava la Beneamata. Persino l’inno non ufficiale del club è un’esortazione a riempire il proprio cuore di passione per i colori nerazzurri. E non è quindi una sorpresa che anche chi nel corso dei decenni si è seduto sulla poltrona più importante di Corso Vittorio Emanuele II abbia preferito i sentimenti alla ragione, il tifo alla gestione, il ruolo di primo supporter a quello di presidente. Per circa sessant’anni si sono succeduti alla guida dell’Inter imprenditori meneghini dai caratteri e dalle idee totalmente contrastanti, ma uniti da un fondamentale filo rosso, anzi nerazzurro. L’amore infinito per il biscione, simbolo mutuato dall’antica casata dei Visconti. È una lunga storia, che inizia nel 1955 e termina, almeno momentaneamente, quattro anni fa con l’avvento di Thohir. Ma vale la pena raccontarla.

Angelo Moratti (1955-1968)

È il 28 maggio del 1955 quando Angelo Moratti, figlio di Albino, il farmacista di piazza Fontana, prende ufficialmente le redini della società milanese. Petroliere ed imprenditore nel settore energetico, prende il posto di Carlo Masseroni, capace di portare nella bacheca nerazzurra due scudetti consecutivi (1952/53 e 1953/54). Uomo poliedrico e alla costante ricerca del risultato, Moratti inizia col botto esonerando Foni (il tecnico dei due tricolori) e portando avanti una campagna acquisti particolarmente dispendiosa. Saranno due delle caratteristiche della prima parte della sua presidenza, quella tra il 1955 e il 1960. Molti cambi di guida tecnica ed un tourbillon di calciatori ingaggiati, tra cui il bomber Angelillo, ma senza ottenere risultati concreti.

Angelo Moratti, presidente dell’Inter (ph. presa da Wikipedia)

Ci vuole un altro argentino, stavolta seduto in panchina, per segnare per sempre la storia dell’Inter. È l’estate 1960 quando Moratti ingaggia Helenio Herrera, all’epoca allenatore del Barcellona campione di Spagna. Il cambio di marcia è evidente, anche grazie all’arrivo in nerazzurro di Luisito Suarez, Pallone d’Oro 1960 già agli ordini di Herrera in Catalogna. Per due volte l’Inter si laurea campione d’inverno, salvo poi cedere il titolo prima alla Juventus e poi ai cugini del Milan. Eppure il catenaccio dell’argentino, con le sue originali varianti tattiche al verrou della Svizzera di Karl Rappan, alla lunga ha la meglio sulle antiche rivali e nella stagione 1962/63 arriva il primo scudetto dell’era Moratti.

Per i nerazzurri sembra il momento della massima consacrazione, ma in realtà è solo il primo di quattro anni intensissimi, in cui l’Inter diventa la squadra più forte d’Europa e del mondo. La classica formazione (costruita con i pesanti investimenti del Presidente) è di quelle che tutti ancora ricordano a memoria. Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suárez, Corso. Questi (con qualche eccezione) gli undici che conquistano tre Scudetti, due Coppe dei Campioni (contro il Real di Di Stefano e il Benfica di Eusebio) e altrettante Coppe Intercontinentali, in due battaglie con gli argentini dell’Independiente. Manca all’appello lo Scudetto 1963/64, conquistato dal Bologna di Bernardini, ma quello vinto nella primavera 1966 è quello della stella, che rimette in parità i conti nei confronti dell’odiata Juventus.

L’Inter campione d’Italia 1965/66 (ph. presa da Wikipedia)

L’epopea della Grande Inter termina nel 1968, con il contemporaneo addio di Moratti, Herrera e Allodi, il direttore sportivo artefice dei grandi colpi nerazzurri. Il Presidentissimo lascia con sette trofei in bacheca, risultato che non verrà eguagliato fino all’arrivo a Corso Vittorio Emanuele di suo figlio Massimo. Ciò che non ha fine è l’amore per il biscione di Moratti senior che, interpellato sull’effetto del distacco risponde così: Tifo lo stesso, soffrendo molto meno. Non sento più la responsabilità imposta dalla folla. Sono un tifoso in mezzo ai tifosi.

Helenio Herrera con la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale (ph. presa da Wikipedia)

Ivanoe Fraizzoli (1968-1984)

L’onore e l’onere di succedere a Angelo Moratti tocca a Ivanoe Fraizzoli, già dirigente nerazzurro. Fraizzoli, proprietario di una azienda di divise, riporta subito il calendario indietro di tredici anni richiamando in panchina Foni, ottenendo un quarto posto. La stagione successiva arriva a San Siro un altro Herrera, Heriberto, non argentino ma paraguaiano e fautore del movimiento piuttosto che del catenaccio. Ottiene la piazza d’onore dietro al Cagliari di Gigirriva, ma l’anno dopo qualcosa nello spogliatoio si rompe. L’ammutinamento dei senatori della Grande Inter contro HH2 è palese e porta all’esonero del tecnico, sostituito da Giovanni Invernizzi, l’allenatore della Primavera.

L’Inter festeggia lo Scudetto 1970/71 (ph. presa da Wikipedia)

È qui che nasce l’Inter del miracolo, quella dell’undicesimo scudetto, l’unica squadra in grado di vincere il titolo nonostante un cambio di allenatore. I calciatori quasi si autogestiscono, vero, ma tornando a posizioni in campo e automatismi familiari i nerazzurri ritrovano se stessi, tenendo fede alla tabella scudetto stilata assieme a Invernizzi. L’anno successivo arriva anche la finale di Coppa dei Campioni (è la stagione della lattina contro il Borussia Mönchengladbach), ma l’Ajax di Cruijff è troppo forte. Ma il ciclo ormai è terminato sul serio, come testimonia nel 1975 l’apparizione finale di Sandro Mazzola, uno degli ultimi reduci della Grande Inter. Sono anni mediocri per squadra, società e tifosi, finchè Fraizzoli non tira fuori il coniglio dal cilindro.

Ivanoe Fraizzoli, presidente dell’Inter (ph. presa da Wikipedia)

Il coniglio si chiama Eugenio Bersellini, che in cinque stagioni regala al presidente e all’Inter tutta il dodicesimo scudetto (1979-80) e la seconda e la terza Coppa Italia della storia nerazzurra. Anche questa volta l’assalto alla Coppa dei Campioni fallisce, fermato dal Real di Boskov, ma è un’Inter che piace al suo pubblico. Gli idoli del Meazza sono Spillo Altobelli e Evaristo Beccalossi, ma il vero cuore nerazzurro è Lele Oriali. La Coppa Italia 1981/82 è l’ultimo acuto dell’era Fraizzoli, che si chiude all’inizio del 1984. Quattro trofei in sedici anni, numeri lontani dai fasti dell’Inter di Moratti, ma che consegnano alla storia nerazzurra due campionati che i tifosi ricordano sempre con affetto. Così come ricordano con affetto il presidente, che di certo sarà stato felice di tanto amore. Del resto, le sue priorità erano note da sempre: la Chiesa, l’Inter e Renata, la sua amatissima moglie.

L’Inter campione d’Italia 1979/80 (ph. presa da Wikipedia)

Ernesto Pellegrini (1984-1995)

La barra del comando passa a Ernesto Pellegrini, imprenditore nel campo alimentare e già vice-presidente con Fraizzoli, che rileva la società nerazzurra, che all’epoca vanta un capitale sociale di circa tre miliardi e mezzo di lire. Sono gli anni in cui la Serie A è il campionato più bello e più affascinante del mondo e anche l’Inter di Pellegrini porta nel nostro campionato una sfilza di campioni provenienti dall’estero. Nella sfida tutta milanese con i cugini rossoneri, che hanno scelto l’Olanda per rappresentare il proprio credo calcistico, il biscione si affida alla Germania. Il primo grande acquisto è KarlHeinz Rummenigge, che porta a Milano tanto entusiasmo ma nessun titolo.

Ernesto Pellegrini, presidente dell’Inter (ph. presa da Wikipedia)

Per vincere ci voglio altri tedeschi, ma anche un lumbard DOC. Nel 1986 Pellegrini strappa Giovanni Trapattoni alla Juventus e il tecnico inizia a creare le basi per una stagione da leggenda. È quella 1988/89 in cui l’Inter, nonostante la concorrenza del Milan di Sacchi e del Napoli di Maradona, infrange ogni record. Arrivano ben 58 punti in 34 partite, primato assoluto per i campionati a 18 squadre. Il capocannoniere della Serie A è Aldo Serena, ma le stelle sono teutoniche, Lothar Matthäus e Andy Brehme. È il primo e unico Scudetto dell’era Pellegrini, che però regala alla bacheca nerazzurra altri due trofei che mancavano alla collezione di Corso Vittorio Emanuele.

L’Inter dei Record, stagione 1988/89 (ph. presa da Wikipedia)

Si tratta della Supercoppa Italiana, vinta l’anno successivo contro la Samp e della Coppa UEFA, portata a casa in ben due occasioni, nella stagione 1990/91 e poi nella primavera del 1994. Il Trap lascia Milano col botto nel maggio 1991, dopo la vittoria nel doppio confronto con la Roma di Ottavio Bianchi. A sostituirlo c’è Orrico, che in men che non si dica viene rigettato dalla squadra e sostituito da Luisito Suarez. Dopo di lui arriva Osvaldo Bagnoli, a sua volta esonerato dopo una stagione e mezza con l’Inter che si salva dalla B solo alla penultima giornata. Il suo successore ad interim, Gianpiero Marini, si toglie però lo sfizio di alzare la seconda UEFA del ciclo Pellegrini, con un doppio 1-0 ai danni del Salisburgo.

Bergkamp e Jonk sollevano la Coppa UEFA 1993/94 (ph. presa da Wikipedia)

Ciclo che però giunge alla fine, dopo l’ingaggio in panchina di Ottavio Bianchi. Pellegrini cede la società nel febbraio 1995. Anche per lui quattro titoli, conquistati in un momento storico particolare, in cui le squadre italiane erano infarcite di campioni e la concorrenza, in patria come in Europa, era temibile. L’Inter tedesca dei record resta tutt’oggi nel novero delle squadre più dominanti di tutti i tempi. Il presidente lascia, ma resta comunque grande tifoso nerazzurro, al punto da tentare un ritorno in società nel 2014 al fianco di Thohir.

Massimo Moratti (1995-2004, 2006-2013)

Di mezzo però c’è un altro nome che solo a sentirlo fa venire i brividi ai supporter dell’Inter. Massimo Moratti, figlio del grande Angelo, acquista la società nel 1995, riportandola in famiglia dopo 27 anni. È l’inizio di una storia fatta di acquisti iperbolici, molti (forse troppi) cambi di allenatore, delusioni incredibili e trionfi attesissimi, che rende Moratti il presidente nerazzurro più vincente di tutti i tempi.

Massimo Moratti, presidente dell’Inter

Per ingranare però ci vuole un bel po’, considerando che le prime tre stagioni sono una peggio dell’altra. Bianchi lascia il posto a Hodgson, che viene a sua volta esonerato a fine campionato 1996/97. Sulla panchina arriva Gigi Simoni, ma soprattutto a Milano giunge il Fenomeno, Ronaldo, che nel gennaio 1998 presenta al Meazza il suo primo Pallone d’Oro. È una grande stagione per l’Inter e lo sarebbe ancora di più se la contestatissima partita con la Juventus del 26 aprile non finisse con una vittoria dei bianconeri. A mitigare la rabbia arriva la Coppa UEFA, la terza della storia interista, vinta al Parco dei Principi contro la Lazio con il brasiliano grande protagonista.

Sembrerebbe il preludio a grandi cose, ma in realtà è l’ultima gioia prima di un lungo ciclo fatto di delusioni e speranze disattese. Tra il 1998 e il 2004 si susseguono grandi campioni e nove tecnici, tra cui Marcello Lippi (durato poco più di un anno sulla panchina nerazzurra), Hector Cùper, grande protagonista il 5 maggio 2002 di uno dei finali di campionato più famosi della storia della Serie A, e Alberto Zaccheroni, che lascia il posto a Roberto Mancini. Sono anni di dure critiche per Moratti, che nonostante acquisti costosissimi (Bobo Vieri su tutti) non riesce a ottenere i risultati sperati e viene due volte costretto alle dimissioni. Le prime, nel 1999, vengono ritirate per acclamazione. Le seconde, nel gennaio 2004, sono definitive. La proprietà resta sua, ma il titolo di Presidente va a Giacinto Facchetti.

La delusione di Ronaldo il 5 maggio 2002

L’arrivo di Mancini segna comunque l’inizio di un ciclo vincente, iniziato con la Coppa Italia e la successiva Supercoppa, e sugellato da tre campionati (compreso quello di Calciopoli). Mancini vince, ma non convince, se si esclude la stagione dei record (97 punti e 17 vittorie consecutive), il cui trofeo viene dedicato a Facchetti, scomparso nel settembre 2006. Moratti riprende dunque le redini della società e dopo il terzo Scudetto consecutivo opta per l’esonero di Mancini, a causa di una serie di polemiche e per il rendimento insoddisfacente della squadra in Europa.

A sostituire il tecnico di Jesi arriva José Mourinho, che incamera altri due campionati, una Coppa Italia, una Supercoppa e soprattutto la Champions 2009/10, ottenendo così il prestigioso triplete. È il momento più bello della gestione Moratti, che con la Coppa dalle grandi orecchie supera papà Angelo come presidente più titolato della storia dell’Inter. Mou lascia Milano, ma i successi non terminano lì. La squadra del triplete (affidata prima a Benitez e poi al brasiliano Leonardo) chiude in bellezza il proprio ciclo, conquistando la Supercoppa Italiana, il Mondiale per Club e la settima Coppa Italia della bacheca nerazzurra.

Zanetti Inter

Zanetti alza da capitano la Champions League 2010. (Ph. Zimbio)

Undici trofei per Moratti junior, che nelle ultime due stagioni da presidente assiste al lento e progressivo declino della squadra che aveva costruito per dominare il mondo. L’addio arriva nell’ottobre 2013 e rappresenta un momento storico. Per la prima volta la proprietà dell’Inter passa ad un investitore straniero, l’indonesiano Erick Thohir, che rileva il 70% delle quote della società (parte delle quali saranno successivamente cedute alla holding cinese Suning).

Massimo Moratti, escluso dal CDA nonostante il restante 30% circa delle azioni, resta comunque nell’immaginario collettivo delle nuove generazioni IL presidente della Grande Inter, la seconda dopo quella di papà Angelo. Continua a sostenere la squadra come consulente anche dopo la cessione del pacchetto azionario ancora di sua proprietà e rappresenta per i tifosi l’ultimo collegamento tra la grande tradizione dell’Inter meneghina e la nuova storia nerazzurra, fatta di imprenditori venuti da lontano.