Redazione

Chi, guardando allo scenario geopolitico, pensava che Grecia e Germania fossero ai ferri corti per questioni di austerity e di Troika, non ha certamente dato uno sguardo alla situazione calcistica ellenica. Da quando nel 2004 Herr Otto Rehhagel da Essen, Renania, ha sorprendentemente trasformato i biancazzurri in Campioni d’Europa, è scoppiato l’amore tra il football greco e il fußball teutonico. Il che, per certi versi, è meno soprendente, dato che nel corso dei decenni il calcio ellenico è stato contraddistinto da due elementi che ai tedeschi sul campo di calcio stanno da sempre molto a cuore: fisicità e temperamento.

La storica Grecia di Euro 2004

Ma nonostante tanto impegno, mai nessuno era riuscito a regalare alla Grecia un’organizzazione così efficace da fare strada in un torneo importante. Nulla di rivoluzionario, tutto molto semplice e, a guardare i risultati, anche molto efficace. Un 4-5-1, con difesa bassa, centrocampo denso e tanto contropiede. Giocatori non eccelsi tecnicamente, ma perfettamente funzionali. Come Traianos Dellas, un’esperienza nella Roma, roccioso centrale trasformato in perfetto libero e, all’occasione, anche in implacabile goleador. O Angelos Charisteas, attaccante non molto prolifico del Werder Brema, che nell’estate 2004 è diventato (come si addice ad un greco) praticamente un semidio. Un’impresa che nell’Ellade ha lasciato prima tanta gioia e poi molta nostalgia.

Dopo Rehhagel, il diluvio (o quasi)

Non che si potesse sperare di aprire un ciclo ma, escluso l’intoppo nelle qualificazioni ai Mondiali del 2006, la gestione di Rehhagel ha regalato parecchie soddisfazioni fino al 2010, anno in cui si è interrotto il rapporto con la Federcalcio greca. Da lì in poi, i vertici del calcio ellenico, come fidanzati traditi ma ancora innamorati, hanno cercato in altri allenatori un pizzico di Herr Otto. Peraltro con risultati contrastanti, perchè l’era di Fernando Santos somigliava più al tramonto (glorioso) degli dei, con gli ottavi al Mondiale 2014. Da lì in poi, il buio. Prima il breve regno di Ranieri, terminato con una storica (in negativo) sconfitta contro le Far Øer. Poi l’uruguaiano Markarián ed un altro buco nell’acqua. A chi affidarsi, quindi, se non ad un altro tedesco?

Skibbe, un altro tedesco per la Grecia

Ed ecco quindi Michael Skibbe, cinquantadue anni, alla guida della Grecia dal 2015, dopo il fallimento della qualificazione europea. Una carriera tra Germania e Turchia, ma soprattutto un pragmatismo tutto teutonico. Che ha riportato al recupero del buon 4-5-1, declinato nelle variazioni del 4-4-1-1 e, quando si vuole rischiare, del 4-2-3-1. I risultati si sono visti, perchè in un girone non semplice, con Belgio e Bosnia, la Grecia si è garantita un posto nei playoff. E i legami con la Germania non finiscono qui. Ai tifosi greci piacciono i tecnici tedeschi, ma alle squadre tedesche piacciono i calciatori greci, soprattutto i difensori. Non è un caso se, esclusi quelli che giocano in patria, il campionato più rappresentato nella rosa a disposizione di Skibbe sia la Bundesliga.

Ma forse, in fondo, da parte dei greci c’è anche un pizzico di scaramanzia, poco teutonica e molto mediterranea. Oltre agli ottimi ricordi di Herr Otto, c’è un dato che fa riflettere. La Germania non ha mai mancato una qualificazione ai Mondiali. E nella sua storia, ha sempre avuto allenatori tedeschi. Qualcosa dovrà pur voler dire, no?