Matteo Muoio

Il Monaco ha fatto fuori il City di Guardiola dalla Champions. Nessun miracolo, nessun colpo di fortuna; i ragazzi di Jardim hanno strameritato nel doppio confronto con una prestazione coraggiosa all’andata e una gagliarda al ritorno. Raramente si era vista una squadra di Guardiola così in difficoltà come nei primi 20’ di ieri sera. Lui, il tecnico catalano, in Champions non era mai uscito agli ottavi. E’ il suo punto più basso nella competizione, probabilmente della carriera. Perché pure la Premier è sfumata da un pezzo, col Chelsea di Conte lontano 10 punti. Certo c’è la FA CUP e la semifinale con l’Arsenal, ma se guidi il City, sei Guardiola e in estate hai speso quasi 200 milioni è ovvio che il trofeo più anziano d’Albione non può bastare. L’era del Guardiolismo è in decadenza da un po’, forse il tonfo del Principato ne sancisce la fine. Dopo il Barcellona il mago Pep non è riuscito più a stupire: in Germania ha fatto il minimo sindacale, non vincere nei confini nazionali col Bayern è quasi impensabile, non raggiungere nemmeno una finale di Champions con quella corazzata un fallimento in piena regola. In Inghilterra la bocciatura è arrivata già a metà marzo.

Guardiola-City

Mbappè esulta dopo il gol dell’1-0. Aveva già segnato all’andata

 

Senza nuove soluzioni

I motivi del decadimento stanno nel paradosso di Guardiola. Il tecnico considerato fino a qualche stagione fa come il più rivoluzionario del calcio odierno non è riuscito a rinnovarsi. Lecito continuare con un credo, rischioso non considerare le variabili. Guardiola è passato da una macchina perfetta, il Barcellona, ad una corazzata, il Bayern. Poco allenante la Bundes per una squadra così, poco competitiva. Guardiola ha voluto – e potuto – sperimentare nuovi assetti, ha ideato soluzioni tattiche più o meno efficaci ma non ha mai trovato una vera variante al suo gioco.  In pratica, ha provato ad esasperare la sua filosofia, come a voler dimostrare che i successi del Barcellona erano più suoi che di Messi, Xavi, Iniesta e compagnia. Va bene Lahm davanti la difesa, va bene Alaba difensore centrale e vanno bene pure 5 giocatori d’attacco in campo contemporaneamente. Ma in Germania vinci perché gli avversari non vedono la palla, in Europa, con una squadra di pari livello o meglio organizzata, perdi. Le sconfitte nelle semifinali di Champions contro Real, Barcellona e Atletico confermano questo assunto. La lezione però non è servita. L’esperienza al City è un reiterarsi degli errori fatti in Germania, con l’aggravante di non aver tenuto conto delle difficoltà della Premier, il campionato più competitivo al mondo. Da inizio anno Guardiola propone uno spregiudicato 4-3-3 – o 4-1-4-1 – con i soliti 5 giocatori d’attacco in campo e Fernandinho in mezzo a correre per 5. De Bruyne però non è una mezzala e non può diventarlo, così come David Silva. Corrono sì, ma solo in avanti. Il tracollo in campionato sembrava averlo indotto a rinforzare la mediana con Yaya Toure, ora però l’ivoriano è tornato ad essere alternativa di Fernandinho. Si potrebbe parlare pure di Kolarov reinventato difensore centrale alla Alaba, secondo la lezione Guardiolista per cui chi sa giocare bene la palla deve stare in mezzo e non largo, oppure di una bandiera come Hart lasciato partire perché non bravo con i piedi; al suo posto è arrivato Bravo dal Barcellona, che dopo una serie incredibile di errori è finito a fare la panchina a Willy Caballero. Mica Neuer.

Guardiola e Jerome Boateng del Bayern

MERCATO FOLLE, IN TUTTI I SENSI
Arrivato a Manchester, sul mercato Guardiola ha avuto carta bianca e c’ha scritto sopra parecchi zeri. Il City in estate ha speso più di tutti eppure non si è realmente rinforzato. Almeno nell’immediato. Vero, sono arrivati alcuni fra i migliori under 21 del mondo come Sane – unica nota lieta delle ultime settimane – e Gabriel Jesus – ora infortunato, devastante agli esordi –, ma il tecnico spagnolo ha deciso di investire il grosso nel reparto dove la squadra era messa meglio. Di qui, la necessità/volontà di mettere in campo più uomini d’attacco possibile. L’acquisto di Nolito poi – pagato 18 milioni – resta poco comprensibile con gente come De Bruyne, Silva e Sterling già in rosa più Sane arrivato qualche settimana più tardi. Quei soldi si potevano investire altrove, magari a centrocampo: lì è stato preso Gündogan, gran giocatore, ma i grossi guai fisici patiti dal tedesco negli ultimi anni suggerivano una soluzione alternativa. L’ex Dortmund si è rotto il crociato, è fuori da dicembre. Dietro Guardiola è riuscito a fare peggio del predecessore Pellegrini. Il tecnico cileno nel 2014 fece spendere 40 milioni per Mangala e l’anno dopo 45 per Otamendi. Il catalano in estate ha fatto arrivare Stones dall’Everton per quasi 60 milioni, che lo rendono il difensore centrale più pagato nella storia del calcio. Sul campo il nazionale inglese sta dimostrando di non valerne nemmeno la metà. Sugli esterni, invece, non si è intervenuto: a destra soprattutto qualcosa sarebbe servito, con Zabaleta e Sagna che già pensano al pensionamento dorato in Cina o America. Delle operazioni Hart-Bravo in porta abbiamo già parlato, va solo aggiunto che il cileno, 32 anni, è costato 20 milioni.

Leroy Sane, 21 anni. Arrivato in estate dallo Schalke per 37 milioni di sterline