Augusto Ciardi

La Juventus silenzia le voci sul futuro di Allegri perché nella fase cruciale della stagione non si ammettono distrazioni. La Roma non silenzia Spalletti che da un mese come un mantra si presta a rispondere a domande poco originali sul suo futuro facendo capire che quasi sicuramente sarà lontano da Trigoria. Il Napoli vive nell’incertezza di un rapporto morboso fra De Laurentiis e Sarri. L’Inter dall’addio di Mourinho non trova pace. Il Milan ha le stesse possibilità di programmare il futuro di un amante del Lotto che affida le sue prospettive a una cinquina su una ruota qualsiasi. La Lazio coccola la quasi casuale scelta di ripiego Inzaghi, che un giorno, forse, se ne andrà, ma non per scarsi risultati. A inizio aprile il calcio italiano in tema allenatori non riesce a guardare oltre la fine della stagione in corso. Situazioni diverse, legate ai tormenti dei tecnici, alla volubilità dei presidenti, alle scadenze dei contratti. O all’effetto domino che le decisioni di club e allenatori di campionati stranieri possono determinare.

Chi inizierà il valzer delle panchine?

Massimiliano Allegri ha il contratto che scade nel 2018. Ma come Conte nel 2014 vive la crisi del terzo anno. Non di risultati, considerando che si avvia a superare per numero di trofei proprio il suo predecessore, ma di stimoli e prospettive. Si guarda attorno, sa di piacere, ma sa anche che i club europei più blasonati stanno sfogliando la margherita alla velocità di un bradipo. Già, è questo il problema per i mister nostrani. Piacciono assai, ma a oggi non hanno ricevuto offerte concrete, quindi prendono tempo, lo fanno in silenzio o spostando l’attenzione. Allegri rompe il silenzio sull’argomento soltanto per ribadire di avere un altro anno di contratto. Ma lascia aperte porte che sanno di vie di fuga. La Juventus cannibale è in fermento. Andrea Agnelli per colpa delle vicende personali (lo scandalo del recente passato in cui ha mollato la moglie Emma dopo una liaison con la moglie del suo migliore amico Francesco Calvo, all’epoca dirigente bianconero, e la vicenda in queste settimane affrontata in Procura e in Antimafia) si allontana dal board bianconero nonostante i risultati sotto la sua presidenza rischiano di essere i migliori della storia del calcio italiano. Il cugino John Elkann spinge affinché Agnelli lasci il club, magari per entrare nel CdA della Ferrari, dove spesso confluiscono i membri della famiglia che cadono in disgrazia. Se così fosse, Beppe Marotta vedrebbe aumentare il suo peso specifico nelle decisioni sportive. Dipendesse da lui, il rebus Allegri avrebbe già la soluzione, non per disistima nei confronti del tecnico livornese, ma per la volontà di programmare il futuro senza ulteriori rinvii. Marotta ha in testa Spalletti, che con Paulo Sousa e Jardim è candidato all’eventuale sostituzione di Allegri, che in attesa di sapere se l’Arsenal o il Paris Saint-Germain puntino realmente su di lui, per allungare il contratto fino al 2020 chiede un centrocampista alla Verratti e un esterno/trequartista di caratura internazionale. Insomma, non è una questione di ingaggio. I 5 milioni attuali diventerebbero 6 base fino ad arrivare a 7. Ma le distanze fra Allegri e la Juventus non dipendono dallo stipendio.

Spalletti Inzaghi

Spalletti e Simone Inzaghi.

Neanche Spalletti si sta inesorabilmente allontanando dalla Roma per differenze fra domanda e offerta. Perché il tecnico non ha fatto nessuna domanda. L’allenatore toscano è cambiato tantissimo rispetto a qualche mese fa. Somigliando terribilmente allo Spalletti tormentato, infastidito di otto anni fa, quello che respirava veleno durante gli ultimi mesi della prima esperienza romanista. Anche all’epoca ai ferri conti con la stampa, ma all’epoca nella certificata impossibilità di veder crescere la squadra a causa dei mesi delicati che viveva la proprietà Sensi (che nonostante tutto dopo l’addio di Spalletti sfiorò la grande impresa dello scudetto contro l’Inter di Mourinho). “Se non vinco me ne vado”. Il ritornello è stato mandato a memoria. La Roma pende dalle sue labbra: biennale o triennale, faccia lei, e i 3 milioni attuali diventano 4, forse 4 e mezzo, a stagione. Spalletti non è rimasto deluso dai programmi del club. A meno che Pallotta quando lo ingaggiò non gli abbia raccontato balle sulle prospettive, è chiaro come la luce del sole che la Roma sul mercato difficilmente prescinde da un sacrificio eccellente (quest’anno dovrebbe toccare a Manolas), e che può operare a seconda del piazzamento finale (il secondo posto di due anni fa, con conseguente partecipazione alla Champions League fino agli ottavi con il Real Madrid fruttò 76 milioni di euro). Spalletti queste cose le sa. Cosa lo sta allontanando dalla capitale? Possibile che le frizioni con una piccola parte della stampa lo abbia reso ripetitivo nelle dichiarazioni e così fermo nei concetti espressi? Possibile che le ingiustificate e volgari accuse che gli vengono mosse per la gestione del quasi quarantunenne Totti gli abbiano causato il corto circuito? Evidentemente sì. La Roma è pronta a prenderne atto, e fra Trigoria e Londra (distaccamento della sede societaria, nella City è di stanza Franco Baldini, consulente esterno di Pallotta, una specie di ideologo del club) esamina le alternative: si passa dalle associazioni di idee che conducono a Unai Emery (ovviamente il preferito di Monchi, prossimo direttore sportivo), alle logiche conseguenze determinate dall’influenza di Baldini, che ha un debole per Mauricio Pochettino (come dargli torto) che a Londra nel Tottenham lavora con merito. In Italia, Di Francesco e Gasperini non vengono considerati abili per il peso di una piazza grande, calda, e da troppo tempo a digiuno di trofei. Si monitora la situazione Montella, e si strizza l’occhio a Mancini, il disoccupato di lusso. Dove andrebbe Spalletti in caso di addio? È il favorito di Marotta ma le chance per un matrimonio col bianconero sono ridotte. L’anomalia è il rapporto inversamente proporzionale fra la bravura dell’allenatore e il numero di offerte da parte dei top club. Perché Arsenal, PSG, per esempio, in ordine di preferenza lo mettono dietro ad Allegri e Mancini nonostante non sia inferiore ai due colleghi italiani? Il dubbio è che il magma caratteriale che lo rende fumantino possa insinuare dubbi in chi vede in lui quel grande allenatore che realmente sarebbe.


A Napoli dipende tutto da Aurelio De Laurentiis. Con tutto il rispetto per il buon Giuntoli, le decisioni che contano le prende il patron. Fu lui a puntare su Maurizio Sarri a dispetto dei santi e dopo aver incassato il no di Emery, potrebbe essere lui a chiudere il rapporto. Equilibrio instabile, in sintesi: come ti ho fatto, ti disfo. Le esternazioni post Real-Napoli, le invasioni di campo dal basso della sua poca conoscenza della materia calcio, il carattere di Sarri che risponde a tono. Nonostante l’allenatore toscano sia, fra i tecnici delle big di A, il più sicuro di restare dov’è, non sono esclusi colpi di teatro. Che porterebbero in panchina Mancini, che a Napoli non andrebbe soltanto per le cravatte di Marinella o per pranzare a Marechiaro. Stefano Pioli nell’Inter sarà l’eterno contentino. Per lui non contano i risultati, non conta il rapporto viscerale stabilito coi calciatori, non conta la stima dei tifosi conquistata con un serio lavoro. Se rimarrà su quella panchina, sarà perché il club non avrà fatto centro, convincendo Simeone o Conte. O Spalletti. Le mire del gruppo Suning sono scavalcate dalla fantasia dei media, che quotidianamente accosta all’Inter una mezza dozzina di top player che costano almeno 40 milioni di euro, ma aldilà delle esagerazioni, l’Inter che verrà cambierà marcia. Il sogno di riabbracciare il figlio prediletto Diego Simeone non è necessariamente destinato a rimanere tale. Nonostante un contratto tormentato che inizialmente il Cholo estese fino al 2020, per poi accorciarlo fino al 2018, a fronte di un aumento di ingaggio (5 milioni) e di un rapporto col presidente Cerezo e i manager Gil e Berta che da alcuni mesi alterna bassi (parecchi) ad alti (sempre meno). Succede quando si sta insieme dal 2011. L’Inter crede che questa possa essere la volta buona, anche se da alcune settimane il nome di Antonio Conte si sta facendo largo. Come può il tecnico che domina la scena inglese (nonostante la sconfitta interna nell’ultimo weekend) mollare dopo un anno? I “bene informati” evidenziano il tormento dell’allenatore pugliese, legati ai progetti futuri di Abramovic, in quanto tornando in Champions League non vuole correre il rischio di non arrivare in fondo nella competizione. Ci sarebbero poi i “motivi di famiglia”, che vorrebbero marito e papà Antonio in Italia e non a Londra. Il tutto condito dalle parole del manager a lui vicino, Federico Pastorello, che sottolinea come le avance di club storicamente affascinanti possono rappresentare più di una lusinga. I “maliziosi” si contrappongono ai bene informati, affermando che Conte sta semplicemente usando l’Inter e le voci di mercato per ottenere il massimo dal club londinese, dal quale non si staccherebbe mai dopo appena una stagione. In tutto questo fra sogno e realtà la dirigenza interista ha piazzato una lente di ingrandimento gigantesca su Roma, per non perdere neanche un dettaglio su Spalletti.

Montella Milan

Vincenzo Montella, tecnico del Milan

Da Roma non se ne andrà Simone Inzaghi. Arrivato quando aveva già preparato le valigie per Salerno, inviso a molti laziali perché considerato un fantoccio nelle mani di Lotito che aveva appena finito di litigare con Bielsa che per molti tifosi rappresentava il non plus ultra, Inzaghi ha scelto il basso profilo e la strada dei risultati, sorprendenti considerando le mille premesse. Almeno un altro anno rimarrà. Molte meno certezze sul futuro di Vincenzo Montella. Chi sta comprando il Milan? A quali condizioni? Con quali prospettive? L’allenatore ha saputo isolare al meglio una squadra a cui ha dato un’identità, ma che non può andare oltre un difficile da raggiungere piazzamento in Europa League, e il blasone del club all’ambizioso Montella può non bastare. Sarebbe la prima scelta italiana della Roma, potrebbe finire nelle mire del Napoli, e avrebbe il profilo giusto per la Juventus. Perché il diplomatico Montella è come una giacca blu sartoriale, va bene per ogni occasione di alto livello, sempre lontano dalle polemiche, da quando ha iniziato ad allenare ha capito che la strada giusta è quella del lavoro e non delle esternazioni che prima o poi ti si ritorcono contro. Futuro segnato per Paulo Sousa. Andrà via. Che sia per la Juventus o per il Monaco in sostituzione di Jardim. O per il Borussia Dortmund, che lo ha incontrato a cena. Al suo posto Eusebio Di Francesco, che si è già visto con Corvino.