Redazione

di Matteo Muoio

Dieci anni di Lazio, lo scudetto a Napoli con Maradona, la Nazionale, le esperienze ad Ascoli e Bologna. Una carriera di gol e sacrificio; Bruno Giordano compie oggi 60 anni e per l’occasione, ci abbiamo scambiato due chiacchiere sul calcio di ieri e quello di oggi.Bruno Giordano

Bandiera alla Lazio, campione col Napoli, poi Ascoli e Bologna. Dovesse indicare i tre momenti più belli della sua carriera quali prenderebbe?
Scegliere tre momenti è difficile. Ti direi l’esordio, la prima volta in Nazionale e il giorno dello scudetto col Napoli, che diede alla mia carriera uno slancio diverso.

Come detto, ha fatto la storia di Lazio e Napoli, due piazze che vivono un momento sicuramente delicato: da una parte la querelle Bielsa come ultima goccia di un vaso traboccante da tempo, dall’altra l’addio di Higuain. Come valuta le gestioni di Lotito e De Laurentis?
Il Napoli negli ultimi anni ha sempre fatto il suo, lottando per le posizioni di vertice, poi è ovvio che i tifosi si aspettino anche di vincere un campionato il prima possibile. Comunque è sempre lì. Quest’estate è andato via Higuain ma De Laurentis ha fatto capire di voler reinvestire. Dall’altra parte c’è una situazione abbastanza particolare: la stagione è iniziata con la surreale vicenda Bielsa, poi la cessione di Candreva… Va detto che è arrivato un giocatore importante come Immobile, ma dopo la stagione passata il tifoso laziale si aspetta e merita ben altro.

E’ un calcio molto diverso rispetto a quello dei suoi anni, le cifre del mercato diventano sempre più folli e in Italia si avverte la necessità di adeguarsi. A Roma da qualche anno ci sono gli americani, la Milano del calcio è cinese; che momento vive il calcio italiano?
E’ un momento di cambiamento. Prima c’erano presidenti che erano i primi tifosi della propria squadra, adesso il business è il fattore determinante. I calciatori cercano quasi esclusivamente il contratto migliore, quindi i più bravi preferiscono Spagna e Inghilterra. E’ un calcio con poca passione, almeno per quanto riguarda presidenti e giocatori, i tifosi sono ormai gli unici custodi del ‘sentimento’ calcistico.

Tifosi, appunto. E’ notizia di pochi giorni l’ultima, assurda, ordinanza restrittiva nei confronti delle tifoserie romane. Un commento?
E’ assurdo. Non capisco perché solo la città di Roma debba subire misure del genere, i motivi poi sono poco imageschiari. Si parla tanto della necessità di tornare a riempire gli stadi e poi si prendono provvedimenti che vanno nel senso contrario.

Torniamo al mercato. Oggi i protagonisti assoluti sono i procuratori; anche ai suoi tempi avevano tutto questo potere?
Erano importanti, però si muovevano in base alla volontà del giocatore, l’ultima parola spettava sempre all’assistito. Oggi sono i procuratori a decidere quando è il momento di cambiare aria e riescono quasi sempre ad avere la meglio.

Il compagno di squadra cui è stato più affezionato?
Non riesco a farti un nome, ho avuto la fortuna di incontrate tante persone eccezionali nel mio percorso: Manfredonia, Agostinelli, Bruscolotti, D’Amico, Maradona, Pazzagli, Pecci e molti altri. Il mondo del calcio mi ha regalato tanti amici, rapporti che durano tuttora.

Chiudiamo con la Nazionale. All’Europeo una bella figura, ora inizia l’era Ventura; riusciremo a tornare tra le nazionali più forti al mondo?
Me lo auguro ma sono preoccupato, esaltare l’Italia per un buon Europeo vuol dire non collocarsi tra le migliori nazionali, non pensare di esserlo. I ragazzi di Conte hanno fatto vedere ottime cose ma alla fine siamo arrivati tra una quinta e un’ottava posizione, l’Italia non può accontentarsi di questo. C’è bisogno di una regolamentazione diversa a livello federale, ad oggi ci sono troppi stranieri che tolgono spazio ai prodotti dei nostri vivai.

Pensa che nel nostro campionato ci siano i talenti per ricostruire un ciclo importante?
Qualcosa c’è, ma l’Italia dovrebbe avere un range di 30-40 papabili da cui selezionare e al momento facciamo fatica già a mettere in campo un 11 titolare di valore. Come detto, gli stranieri vanno per la maggiore, tanti giovani italiani non hanno spazio e alcuni preferiscono andare in altri campionati, più o meno importanti. Trovo assurdo, ad esempio, che un talento come Giovinco sia in America. Bisogna riorganizzarsi gradualmente, investire su settore giovanile e strutture e cambiare qualcosa a livello normativo.