Matteo Muoio

La sofferta vittoria interna contro il Crotone chiude lo straordinario girone d’ andata della Lazio di Inzaghi. Il tecnico piacentino è riuscito a ricostruire dalle macerie lasciate dall’uragano Bielsa e da una stagione, quella passata, decisamente deludente, riportando entusiasmo e riavvicinando l’ambiente alla squadra. Uno scenario impensabile in estate, così come la classifica: 37 punti dopo 19 giornate che valgono il quarto posto. Meglio di lui, nell’era Lotito – e quindi nella storia laziale col campionato a 20 squadre – , solo Vladimir Petkovic. Era la stagione 2012-2013: l’allenatore svizzero-bosniaco arrivò a Roma da perfetto signor nessuno dopo aver salvato il Sion nella Super League svizzera e un lungo pereginare tra Svizzera, appunto, e Turchia. Il comprensibile scetticismo iniziale della piazza venne spazzato via nel giro di un mese con 4 vittorie di fila tra preliminari di Europa League e campionato. Nei primi 6 mesi la Lazio del sergente di Sarajevo era una macchina perfetta. Alla fine del girone d’andata i punti furono 39, coi biancocelesti secondi assieme al Napoli, a 5 lunghezze dalla Juve capolista. Nel mezzo, il superamento al primo posto di un girone d’Europa League che comprendeva anche il Tottenham e la vittoria nel derby. A fine gennaio, poi, la banda di Petkovic si aggiudicò il pass per la finale di Coppa Italia superando la Juve di Conte nel doppio confronto. Nel girone di ritorno fece registrare un calo vertiginoso delle prestazioni e chiuse al settimo posto, soccombendo al Fenerbahce ai quarti di finale d’Europa League. La stagione finì comunque in gloria, con la famosa Coppa Italia alzata in faccia ai cugini giallorossi nella storica finale del 26 maggio. Due Lazio, quella di Petkovic e quella di Inzaghi, così simili in termini di punti raccolti, così diverse sotto ogni altro aspetto.

Vladimir Petkovic, oggi c.t. della Svizzera

Vladimir Petkovic, oggi c.t. della Svizzera

Moduli e continuità

Il filo conduttore tra Petkovic e Inzaghi è sicuramente la continuità col lavoro di chi li ha preceduti. Inzaghi ha da subito insistito col 4-3-3 disegnato da Pioli – assolutamente logico per le caratteristiche dell’organico laziale – optando in alcune occasioni per il 3-5-2 con Anderson a tutta fascia; anche il tecnico di Parma, comunque, aveva talvolta sperimentato la difesa a 3 sul finire del 2014-2015, come in occasione della finale di Coppa Italia immeritatamente persa contro la Juve. La Lazio di Inzaghi si esprime in maniera abbastanza simile a quella di Pioli, a tratti ne ricorda la versione migliore, quella che dall’incipit del 2015 iniziò la formidabile galoppata culminata col terzo posto e che esprimeva il miglior calcio d’Italia. Sono cambiati alcuni interpreti e sono nuove le soluzioni: Pioli non aveva – lo ha avuto lo scorso anno, un po’ acerbo, in una stagione disgraziata – una mezzala come Milinkovic, capace di calamitare tutti i palloni alti e di agire praticamente da attaccante aggiunto sui cross che arrivano dalle fasce. Di conseguenza, Parolo ha abbassato lievemente il raggio d’azione: si inserisce ancora, ma con meno frequenza per coprire Milinkovic. Nel primo anno di Pioli il centrocampista di Gallarate arrivò a 10 gol, quest’anno è fermo ad 1 e quando è mancato Biglia ha agito da regista. Non c’è più Candreva ma paradossalmente con l’esplosione di Keita la Lazio sembra averci guadagnato. Ora il Candreva lo fa Anderson, che sta segnando meno rispetto alle due stagioni precedenti ma è il miglior assist man del campionato. E sembra, finalmente, maturo e convinto. Petkovic, pur cambiando modulo rispetto al predecessore Reja, adottò una filosofia di gioco molto simile a quella del goriziano. Il suo 4-1-4-1 proponeva gli stessi interpreti – anche perchè non gli venne fatto mercato – dell’ultimo 4-2-3-1 di Reja: Ledesma abbassava leggermente il raggio d’azione piazzandosi davanti la difesa, Hernanes e Alvaro Gonzalez rimpolpavano la mediana, con Lulic e Candreva esterni. Davanti il solo Klose.  Esattamente come quella di Reja, la PetkoLazio non era una squadra spettacolare, ma incredibilmente cinica e ottima nella gestione della partita.

Hernanes bacia la Coppa

Hernanes bacia la Coppa

Numeri

La Lazio di Inzaghi ha chiuso il girone d’andata con 33 gol fatti e 21 subiti. Quella di Petkovic, al giro di boa, aveva segnato meno e subito meno, con 28 gol fatti e 19 subiti. Quest’anno i biancocelesti si sono riscoperti cooperativa del gol, mandando in rete addirittura 13 giocatori diversi – nessuno in Serie A conta così tanti marcatori – con Petkovic il gol era riservato ad una ristretta cerchia: appena 7 marcatori dopo 19 giornate. Klose era pazzesco sì, ma Immobile sta facendo meglio. L’ex Toro ha chiuso il girone d’andata in doppia cifra, il bomber di Opole non c’era mai riuscito: nel 2012-2013 era arrivato ad 8. In zona gol, quest’anno si sta facendo notare Keita – 5 gol -, Milinkovic ha già timbrato 3 volte, Anderson e Lulic sono a 2, come Radu. Simile sotto Petkovic il rendimento dei “comprimari” del gol, con Hernanes che chiudeva l’andata con 6 gol, seguito da Candreva a 4 e Floccari a 3.

Rivoluzione anagrafica

Il più grande discrimen tra le due Lazio è sicuramente nell’incredibile differenza d’età media delle rose: se quella odierna con i suoi 24, 8 anni è fra le 3 più giovani del torneo, nell’anno di Petkovic risultava la più anziana assieme al Chievo, per via dei 29,7 anni di media sul groppone. Il progetto giovani di Tare e Lotito è iniziato proprio nell’estate 2013: in principio furono Anderson e Perea, insieme al carneade Vinicius, l’anno successivo De Vrij, quindi Kishna, Milinkovic, Patric e Hoedt, fino ad arrivare a  Wallace e Lukaku. In più, una Primavera che nel triennio 2012-2015 risultava la più forte d’Italia, in grado di sfornare giocatori come Keita e Cataldi, oggi pedine fondamentali. Il vivaio appunto; nel 2012- 2013 l’unico esordiente dalla Primavera fu Onazi, autore, tra l’altro, di grandissime prestazioni e due splendidi gol contro Stoccarda e Inter. L’anno successivo, quello dell’esonero, Petkovic fece esordire il 18enne Keita, titolare poi col ritorno di Reja. Tutt’altra storia con Inzaghi, cresciuto come allenatore nelle giovanili della Lazio, tra Allievi e Primavera. Quest’anno il tecnico piacentino ha già sganciato 5 prodotti del vivaio: Strakosha s’è guadagnato i gradi di secondo portiere, Murgia e Lombardi hanno assaporato la gioia del primo gol in A, Rossi è l’attaccante del futuro.

 

Murgia festeggia il primo gol in serie A con Keita e Lombardi

Murgia festeggia il primo gol in serie A con Keita e Lombardi