Paolo Valenti

Non è una sfida come quelle contro Germania, Brasile o Argentina ma per la Nazionale Italiana le partite con l’Olanda hanno l’obbligo dell’impegno agonistico anche quando si tratta di amichevoli come quella da disputare il 28 marzo all’Amsterdam Arena.

Pochi ko azzurri, alcuni pesanti

Tappa importante nel processo di sviluppo della selezione di Ventura, Olanda-Italia ha alle spalle una storia fatta di otto vittorie per gli azzurri, altrettanti pareggi e tre sconfitte, cominciata con un’amichevole terminata 1-1 il 13 maggio del 1920 a Marassi. Poche le partite perse ma tutte di peso, a cominciare dalla prima registrata il 20 novembre 1974 a Rotterdam, gara iniziale del girone di qualificazione agli Europei del 1976: è l’Olanda del calcio totale e del suo profeta, Johan Cruijff, che con una doppietta nella mezz’ora finale stende Zoff e compagni, vergando una vittoria decisiva ai fini della mancata qualificazione degli azzurri alla fase finale della competizione. Contingenze diverse ma esito identico quattro anni più tardi in Argentina. Gironcino a quattro di semifinale dei mondiali, l’incontro con gli Oranje del 21 giugno 1978 è decisivo per l’assegnazione del primo posto del raggruppamento e, di conseguenza, l’accesso in finale. A pari punti ma con una peggiore differenza reti, l’Italia si trova a dover per forza vincere se vuole provare a diventare campione. Fino a quel momento gli azzurri sono la rivelazione del torneo, nonostante una partenza da Roma colma di pessimismo e critiche legate alle più recenti prestazioni degli azzurri, culminate con una noiosa amichevole disputata all’Olimpico contro la Jugoslavia. La freschezza e l’innesto di gioventù generate dalla promozione a titolari di Cabrini e Rossi, l’atmosfera mundial e le capacità di Bearzot di massimizzare i valori dei singoli nei legami di squadra, portano la nazionale a mostrare un calcio veloce e tecnico capace di travolgere tutti gli avversari incontrati al netto della Germania Ovest campione in carica, messa pesantemente sotto pressione e capace di aggrapparsi allo 0-0 per grazia ricevuta da pali, parate e una serie impressionante di tiri ribattuti.

L’inizio del match contro i fratelli di Cruijff, assente a quel mondiale per motivi mai definitivamente chiariti, è confortante: l’Italia gioca bene, frizzante e briosa come l’aria di Buenos Aires. Passa in vantaggio con Brandts, marcatore al contrario per la preoccupazione di anticipare una conclusione di Bettega. Ma il secondo tempo riserva sorprese e gli azzurri cedono inaspettatamente al peso delle fatiche accumulate nelle precedenti partite. Ancora Brandts e poi Haan infilano due missili dalla distanza che affondano uno Zoff sorpreso, forse abbagliato dai riverberi dell’inverno australe.
Diciannove partite, si diceva all’inizio. Amichevoli, per la maggior parte. Non certo quella disputata all’Amsterdam Arena il 29 giugno 2000. Semifinale dei campionati Europei organizzati congiuntamente da Belgio e Olanda. Partita durissima, che dopo mezz’ora sembra già segnata: i padroni di casa si ritrovano in superiorità numerica per l’espulsione di Zambrotta, travolto dalle discese di un imprendibile Zenden. La pressione costante nella metà campo italiana è un esercizio che genera due rigori che però né Frank De Boer né Kluivert riescono a trasformare. E’ un assedio a cui gli Oranje non riescono a dare un seguito concreto. Il passare dei minuti li debilita e gli sottrae fiducia, nonostante l’uomo in più. Il transito ai supplementari diventa un obbligo che le regole del tempo scioglierebbero alla realizzazione di un golden gol, al quale né Italia né Olanda trovano la forza di arrivare. Tocca ai calci di rigore, al cucchiaio di Totti e al sigillo della stratosferica giornata di Toldo stilare la sentenza che promuove gli azzurri in finale.

E’ la rivincita di Dino Zoff, ventidue anni e otto giorni prima capitano della nazionale crocifisso ai pali dai fratelli di Cruijff, e adesso giustiziere dalla panchina dei suoi eredi. L’ultima sconfitta subita dall’Italia risale al rotondo 3-0 registrato a Berna il 9 giugno 2008, partita d’esordio per la nostra nazionale di un’edizione senza infamia e senza lode di un altro campionato d’Europa finito (questa volta male per noi) ai rigori contro i futuri vincitori spagnoli. Prima, e dopo, amichevoli di lusso necessarie a collaudare schemi, provare nuovi innesti, allenare alla pressione psicologica delle gare importanti. Perché tra azzurri e tulipani la parola amichevole è un’etichetta solo formale necessaria a titolare un confronto che profuma di risultato e affonda le sue radici in un calcio diventato tradizione.