Francesco Cavallini

Gli svedesi lo avevano detto, anche con un pizzico di ingenuità. Perchè svelare il proprio piano prima di metterlo in atto è degno di un cattivo di un film di Serie B. E invece nella B del calcio, nel gruppo delle squadre che vedranno il Mondiale da casa, rischiamo di finirci noi. Le colpe? Varie e un po’ di tutti. Non dell’arbitro, perchè quella di Solna era una partita da vincere, anche se fosse stata diretta da Byron Moreno. Ma è certo che l’atteggiamento del signor Cakir, che ha decisamente lasciato correre un po’ troppo, ha permesso alla Svezia di portare avanti la strategia preparata da tempo: gettarla sul fisico e sulle provocazioni.

Il piano della Svezia: contrasti ruvidi e braccia larghe

Sono bastati pochi secondi per comprendere a pieno il canovaccio di una partita che si preannunciava dura, ma che in alcuni momenti ha rischiato di sfociare nel caos. Quando Toivonen con il braccio largo (anzi, molto più largo del consentito) centra il naso di Bonucci e l’arbitro fischia il fallo ma non ammonisce l’attaccante (ma il suo collega Berg per proteste), gli svedesi fiutano l’odore del sangue. Che non è quello che esce copioso dalle narici del difensore italiano. A quel punto gli azzurri si sono innervositi, cadendo a pie’ pari nel tranello preparato da Andersson e dai suoi. Il direttore di gara turco, dal canto suo, ha mantenuto un metro di giudizio sbagliato, ma abbastanza uniforme. Le scaramucce sono state sanzionate, ma mai con un cartellino. L’unico giallo della partita per l’Italia arriva infatti a Verratti (diffidato) per un intervento di gioco.

Le braccia larghe continuano per tutto il match, quasi sempre in corrispondenza dei poco spettacolari campanili che a volte arrivano dalla difesa scandinava. A farne le spese più degli altri (questione di posizione in campo, ma anche di volontà di accettare lo scontro fisico) sono stati i tre centrali della BBC e De Rossi, che all’ennesima manata (che in quell’occasione sembra meno volontaria delle altre) mostra in mondovisione la celeberrima vena, mentre Ventura tenta di entrare in campo per spiegare all’arbitro che così non si può andare avanti. E invece si può, perchè l’Italia, che va anche sotto nell’unico tiro in porta degli svedesi, si innervosisce sempre più man mano che il cronometro scorre e i gialli hanno tutto l’interesse a non far sbollire facilmente la rabbia degli azzurri.

Al di là del metro di giudizio, l’Italia è sembrata intimorita

Era prevedibile che la Svezia avrebbe cercato di far valere chili e centimetri, meno che Cakir avrebbe optato per una direzione così permissiva. Con tutta probabilità, il giallo a Toivonen avrebbe stabilito norme di comportamento diverse per i restanti 89 minuti di gioco, ma una volta compreso che il gioco ruvido non era incoraggiato, ma perlomeno tollerato, la squadra di Ventura avrebbe dovuto fare di necessità virtù e sporcarsi un po’ di più le mani ed i calzoncini. Tredici falli a undici per la Svezia, ma la maggior parte di quelli fischiati a favore dell’Italia sono stati per contrasti aerei un po’ troppo esuberanti, mentre i nostri hanno spesso atterrato gli avversari in situazioni di gioco, regalando anche qualche punizione di troppo dalla trequarti.

E alla fine della fiera c’è quasi da ringraziare il cielo che gli azzurri siano caduti nel tranello, ma non fino in fondo, riuscendo a mantenere la lucidità necessaria per non scatenare un nervosismo latente. Il rischio era quello di lasciarsi andare a reazioni plateali, che probabilmente sarebbero costate cartellini pesanti, magari tendenti più al rosso o che comunque avrebbero fatto scattare diffide importanti. Nel match di ritorno mancherà Verratti, un’assenza dolorosa. Presentarsi con qualche altro uomo in meno avrebbe reso molto più difficile una già complicata partita di ritorno. Anche se, vista la richiesta di Ventura di un arbitro altrettanto tollerante per la sfida di San Siro, forse sarà il caso di chiamarla…secondo round.