Gabriele Orsi

È difficile, quando si parla di calcio, immaginarci che oltre quelle quattro linee di gesso un giocatore abbia a che fare con i problemi di tutti i giorni. È difficile perché la figura del calciatore sembra oggi più che mai una forma artefatta, costruita a tavolino, ben definita nei contorni ma fumosa al suo interno, e quindi capace di assumere su di sé il senso che più conviene. Niente di strano, allora, se in televisione ci capita di cogliere Antoine Griezmann nell’atto di radersi felicemente davanti a uno specchio; oppure di imbatterci nel nostro Gigi Buffon che sorride alla telecamera mentre si passa la mano fra i capelli appena lavati con uno shampoo dai poteri miracolosi.

I media ci tengono a dare del calciatore un’immagine felice, pulita, sobria, per farne un modello estetico da imitare (e quindi da vendere). Guai a togliere la barba a Moscardelli; non sia mai che a Messi salti in menti di farsi le sopracciglia senza prima aver consultato i suoi legali. Senonché, quando si cerca di scavare nella dimensione privata di uno di loro rischiamo di cadere vittime di un paradosso bello e buono: uno vuole fare un po’ di sincera informazione, ma viene poi frainteso per un gossipparo che mette il naso nella vita degli altri, non avendo nient’altro di meglio da fare, per renderle materiale d’intrattenimento.

Eppure non dovremmo dimenticare che le sfide più decisive, anche per i calciatori, si combattono fuori dal campo. E non mi riferisco ai litigi domestici, a un matrimonio da portare avanti, a un figlio da crescere; sto parlando del dolore, della malattia, della sofferenza. Segni tangibili, per quanto drammatici, dell’appartenenza di un uomo al consorzio umano. Parlarne in nome di questa appartenenza diventa allora un’esigenza morale.

Ivan Klasnic è stato di recente sottoposto a un trapianto di rene, il terzo in dieci anni. La sua non è semplicemente una di quelle storie che devono essere raccontate; è inclusa, semmai, in quella più rara categoria di storie che meritano di essere ascoltate. Mica per niente: è una storia che ha a che fare con il lato più buio della condizione umana. Dopo aver disputato più di duecento partite nella massima serie, tra Germania e Inghilterra, collezionando anche una partecipazione al campionato europeo del 2008 con la sua Croazia, nel 2013, a trentatré anni, ha infine dato l’addio al calcio. Una carriera gloriosa, di quelle che la gran parte di noi se la sogna da bambino.

Ma già nel 2006 è iniziato il personale calvario di Ivan, quando gli venne diagnosticata una grave insufficienza renale. La madre, senza nemmeno pensarci due volte, gli ha donato un rene. Dopo pochi giorni però l’organo viene rigettato, e Ivan ha bisogno di essere operato di nuovo. Si fa avanti il padre, che si mette sotto i ferri accanto a lui. Gli anticorpi di Ivan reagiscono bene, tanto che nel 2008 può scendere in campo agli Europei, dove segnerà due reti. Nel frattempo Klasnic si dedica alla sua passione preferita, che ha nove anni e si chiama Fabienne. L’accompagna a scuola e le prepara da mangiare, ma ha scelto di non raccontarle della malattia per evitare di spaventarla.

Ma negli ultimi tempi le cose sono tornate a complicarsi: il rene trapiantato dieci anni fa ha iniziato a dare problemi, e costringe il croato alla dialisi per tre volte a settimana. La settimana scorsa, poi, l’operazione d’urgenza a Zagabria. L’ultimo donatore è ignoto, ma le prime indiscrezioni sullo stato di salute di Klasnic sono ottimiste. E questo ci rallegra. Non solo per la sua vita. Storie come queste squarciano in mille pezzi il velo sottile che si frappone tra noi e la realtà. Se anche solo per il tempo di lettura di questo articolo saremo riusciti a far combaciare l’immagine di un uomo con l’effettività della esistenza che si cela dietro quell’immagine, allora non ne avremo parlato invano.

In bocca al lupo, Ivan.