Francesco Cavallini

Il 30 giugno 2017 tra gli svincolati eccellenti del calcio europeo ci sarà Jesús Navas, 31 anni, ala destra del Manchester City. Gli spifferi di mercato lo danno molto vicino ad un accordo con la Roma. Ma la storia dell’andaluso con gli occhi di ghiaccio racconta che per assicurarsi le sue prestazioni i giallorossi dovranno battere un nemico invisibile e allo stesso tempo molto, molto reale…

Non solo i sudamericani soffrono di saudade

Chi l’ha detto che solo i brasiliani possono soffrire di saudade? Perché accettiamo che per i carioca sia così difficile adattarsi allo stile di vita europeo, mente ci aspettiamo che chiunque altro si abitui in men che non si dica? Nel vecchio continente arrivano calciatori da ogni angolo del mondo, Asia, Africa, Oceania. E indubbiamente molti di loro avranno problemi, dubbi, piccole grandi difficoltà nel comprendere come va la quotidianità in un altro paese. Ma non ce ne preoccupiamo, perché nell’immaginario collettivo la nostalgia di casa è roba per chi viene da Rio o da São Paulo. Eppure c’è anche qualcuno a cui non serve fare un viaggio intercontinentale per sentire un groppo in gola, per spaventarsi quasi a morte di una improvvisa lontananza dalle proprie radici. Qualcuno che per anni ha combattuto contro se stesso e le proprie paure per diventare la luminosa stella che era destinato ad essere. Qualcuno come Jesús Navas González.

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Lo Stadio Ramón Sánchez Pizjuán di Siviglia.

Un’ora di macchina, novantaquattro chilometri, questa è la per nulla siderale distanza che separa Siviglia da Huelva. Ma è quanto basta a un ragazzo di neanche vent’anni per capire che in lui c’è qualcosa che non va. Il ritiro con l’Under-19 è un’occasione importante, eppure succede qualcosa che va al di là del calcio. Scoprire di non riuscire ad abbandonare l’Andalusia neanche per una settimana, neppure con la consapevolezza di trovarsi ad appena sessanta minuti da casa. È un problema serio, soprattutto per chi di mestiere vuole fare il calciatore. Trasferte, voli che sembrano infiniti, ritiri estivi e tournée in giro per il mondo, ormai l’abitudine per chi guadagna dando calci ad un pallone, ma un dramma per il gioiello di Los Palacios. Un dramma difficile da affrontare, persino da spiegare a chi non ha mai sentito il cuore stringersi in petto ogni volta che che la segnaletica dà l’arrivederci o le rive del Guadalquivir pian piano si allontanano. Il Siviglia decide di affiancargli uno psicologo, nel tentativo di aiutarlo a superare almeno il terrore di trasferimenti che durano poche ore. Al Ramón Sánchez Pizjuán sanno che il ragazzo è un patrimonio. Perché se al di fuori del campo a volte il panico lo paralizza, quando è dentro un terreno di gioco quel numero quindici corre.

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Jesús Navas con la maglia del Siviglia.

Corre veloce Jesús Navas, ma non più dei suoi demoni. Accetta di buon grado le trasferte, persino quelle europee. I Blanquirrojos volano a Magonza, Bolton, persino San Pietroburgo. E poi Mosca, Lille e ancora un altro scontro sulle rive della Neva, come il se attraverso sorteggi sempre più assurdi il destino volesse mettere alla prova la sua forza di volontà. La penultima tappa è nella grigia Germania, a Gelsenkirchen, così diversa dall’assolata Siviglia. Il viaggio termina il 10 maggio 2006 al Philips Stadion di Eindhoven, sollevando la Coppa UEFA. Navas non salta un match e termina il torneo senza reti, ma con la consapevolezza di aver affrontato le sue paure. La stella brilla, e attira molti sguardi. In particolare quello di José Mourinho, che ha inserito lo spagnolo nella lista della spesa da consegnare ad Abramovich per il suo Chelsea. Le società sono d’accordo, manca solo l’ok del calciatore. Che però non arriva. Jesús Navas è pronto a viaggiare, ma solo partendo da Siviglia e tornando dopo ogni avventura nel luogo dove è nato. Proprio come un salmone. Dopo quattro anni e con un’altra coppa UEFA in bacheca, Jesús Navas è su un aereo, diretto in Sudafrica. Chiunque intorno a lui può percepire l’inquietudine, il sentimento di spaesatezza che lentamente lo pervade. Un mese è lungo, ma è anche l’occasione di una vita. Il Mondiale, il sogno di qualsiasi calciatore, le dieci partite che segnano il labile confine tra storia e leggenda. Di queste partite il ragazzo di Los Palacios ne gioca tre, compresi i trenta minuti di overtime che regalano la Coppa alla Spagna. Ha sofferto, ha lottato e ha saputo vincere. Le lacrime di gioia sotto il cielo di Johannesburg o la replica due anni dopo, quando lascia Kiev da campione d’Europa, potrebbero essere la giusta fine per questa storia. Ma c’è altro da raccontare. Arriva il 2013, e di mezzo c’è di nuovo un aereo. È diretto a Manchester, dove tutti, Siviglia compreso, si aspettano che Navas firmi il ricco contratto offertogli dal City di Manuel Pellegrini. Passa un giorno. Due. Cinque. È una scelta sofferta, la più difficile della sua carriera. Ma questa volta non è solo, con lui ci sono Alejandra e Jesús junior. Ed è proprio la consapevolezza di avere qualcuno accanto ogni giorno, per condividere gioie e dolori, nostalgia e paure, che convince l’esterno della Roja. La firma arriva, Jesús Navas è ufficialmente un calciatore del Manchester City. Comincia così una nuova vita, che regala all’andaluso la gioia di una Premier League vinta e una sorpresa dolceamara. Il girone della Champions’ League 2015-16 offre infatti a Jesús Navas una trasferta molto speciale. Il 3 novembre calca per la prima volta l’erba del Ramón Sánchez Pizjuán da avversario, fornendo anche l’assist a Bony per l’1-3 finale. È un mix di emozioni difficilmente gestibile, che di certo lascia un segno. Da quel giorno infatti cala un velo, forse impercettibile, sugli occhi blu del ragazzo. Pellegrini lascia a fine stagione, sostituito da Guardiola. Jesús Navas continua a correre, ma qualcosa in lui sembra essersi rotto. Pep lo coinvolge nelle rotazioni, ma con sempre meno frequenza. E a gennaio tutto diventa chiaro, il contratto quadriennale che lega Navas al City non verrà rinnovato. Si scatena l’asta per il calciatore, che a trentuno anni appena compiuti e con uno stipendio non esagerato è uno dei parametri zero più appetibili d’Europa. Si vocifera che potrebbe approdare a Roma, consigliato da Monchi. L’ormai ex direttore sportivo del Siviglia, che pare avviato verso la Città Eterna, ha scoperto e portato in prima squadra lo stesso Navas, Reyes e Sergio Ramos. Potrebbe essere proprio lui la garanzia, ed in fondo Roma non è così diversa da Siviglia.

UN FINALE DIVERSO: COME IL “FAMOSO SALMONE”
Eppure chiunque conosca bene Jesús Navas sa che la fine di questa avventura potrebbe essere un’altra. Certo, sarebbe suggestivo accettare una nuova sfida e dimostrare al mondo e a se stessi di aver dribblato le paure, come fossero difensori avversari storditi dal suo dribbling ubriacante. O forse sembrerà più giusto costeggiare l’Atlantico e le sue correnti, gettarsi a capofitto tra le Colonne d’Ercole, risalire la tranquilla corrente del Guadalquivir e tornare a chiudere il cerchio, nell’esatto punto dove tutto è cominciato. Proprio come il famoso salmone, che del luogo in cui viene al mondo non riesce mai neanche a dimenticare l’odore.