Francesco Cavallini

Dodici anni. Più di quanto Napoleone sia stato Imperatore, il doppio della durata della Seconda Guerra mondiale, ma anche, anno più anno meno, la longevità agonistica ad alto livello di un calciatore. Nel momento in cui, grazie alla sentenza Bosman, è il giocatore a ottenere per la prima volta il coltello dalla parte del manico, firmare a ventuno anni un contratto dodecennale (termine talmente astruso che suona anche male leggerlo) è quasi follia. È affidarsi totalmente al proprio club, con la consapevolezza che, grazie a quel veloce autografo su un pezzo di carta, potrà arrivare il Barcellona, il Manchester United, l’Olanda di Cruijff o persino il Real di Di Stefano, ma la dirigenza sarà sempre in grado di dire no, grazie.

Firmare un simile accordo, cancellando quello precedente che prevedeva una delle prime clausole rescissorie balzate agli onori delle cronache, rasenta il masochismo. L’unica possibilità di liberarsi dal vincolo contrattuale viene consciamente gettata alle ortiche. Sembra assurdo. Ma non lo è. Non se il club in questione è il glorioso Athletic Club di Bilbao. E se il nome apposto sulla linea è quello di Julen GuerreroLa perla di Biscaglia. L’orgoglio dei Paesi Baschi.

Il vecchio Estadio San Mamés (photo credits: Wikipedia)

Julen Guerrero – Con l’Athletic, per l’Athletic

Ventun anni, ma un futuro radioso all’orizzonte. Il ragazzo di Portugalete arriva al San Mamés (quello vecchio) quando non ne ha neanche dieci e comincia la trafila con le giovanili biancorosse fino ad arrivare alla leggendaria Under 19 che centra uno storico doblete nel 1991/92. Ma con i piccoli non c’è gusto e Jupp Heynckes, che di talenti se ne intende, lo fa esordire appena maggiorenne. In capo a due stagioni, Guerrero incanta la Spagna ed il mondo del calcio. Mezzapunta naturale, ambidestro, capace di colpire la sfera con forza o di sfiorarla appena, proprio come i tasti del pianoforte, l’altra sua grande passione. A prima vista a colpire è la leggiadria di un calciatore dal fisico esile, letale nell’uno contro uno e dotato di una visione verticale di gioco non comune.

Ma a contare, alla fine dell’anno, sono quasi sempre i gol, che per un trequartista non sono solitamente la specialità della casa. Eppure Julen Guerrero segna, con una regolarità che fa spavento. Dieci reti all’esordio con i grandi, ventuno nella stagione successiva. Arrivano il titolo di miglior giovane della Liga e poi quello di Calciatore Spagnolo dell’anno. Abbastanza per montarsi la testa, ma i baschi sono gente umile, testarda e con una grande etica del lavoro. E quindi il giovane in maglia biancorossa non si ferma. Continua ad illuminare La Catedral e tutti gli stadi di Spagna con la sua classe, permettendosi anche il lusso di firmare una tripletta all’Albacete e un poker nella demolizione casalinga dello sventurato Sporting de Gijón.

Il tifo dell’Athletic è uno dei più caldi d’Europa

Il gran rifiuto

Poi il telefono squilla, come è naturale che sia. L’Athletic non è più la corazzata degli anni Ottanta guidata da Javier Clemente. E già allora molte stelle abbandonavano i Paesi Baschi per sbarcare in Castiglia o in Catalogna. Ora, più di prima, la gloriosa maglia rojiblanca, che accetta solo figli dell’Euskal Herria, è un semplice trampolino di lancio verso palcoscenici più importanti. Alkorta è già volato a Madrid, sponda Real, e alla sua nuova dirigenza ha parlato un gran bene di quel ragazzo che con i piedi disegna calcio che è un piacere. E forse ha raccontato in giro che ha un contratto con una clausola, basta pagare e Guerrero è libero di firmare per chi vuole.

Ma si sa, l’Europa è piccola, la gente mormora, e le telefonate non arrivano solo da Madrid. Chiamano il Barça, lo United, la Juventus, la Lazio, ma la risposta è sempre quella. No, grazie. C’è chi lo coprirebbe d’oro, chi vorrebbe inserirlo al centro di un progetto decennale, chi gli promette che prima o poi vincerà il Pallone d’Oro. Ma che ne sanno questi signori del senso di appartenenza? Non hanno idea di cosa significhi essere parte della grande famiglia dell’Athletic. Qualche miliardo in più farà anche comodo, ma vale la pena di tradire i propri ideali? Julen Guerrero dice di no. E non solo a voce, ma lo ribadisce sulla carta. Sulla carta di un contratto, targato 1995, che lega indissolubilmente il destino del calciatore e del club basco. Dodici anni, nessuna clausola e uno stipendio, diremmo oggi, da top player. Tutto ciò che il ragazzo di Portugalete abbia mai desiderato nella vita. Giocare a calcio, con la sua squadra, per chi, come lui, ha il cuore che sanguina biancorosso.

Il destino, alla sua maniera, si prende una sorta di rivincita. Perchè ad un certo punto la carriera di Julen Guerrero si arena. Siamo agli inizi del nuovo millennio e la Perla di Biscaglia non è più il titolare inamovibile degli anni Novanta. Alterna presenze dal primo minuto a spezzoni di partita, anche a causa di numerosi infortuni che lo tormentano. Nel 2002 Luis Fernandez lo esclude in pianta quasi stabile dalla lista dei titolari. Apriti, cielo basco. Lesa maestà? Può darsi, o almeno questa è l’idea dei tifosi. Ma nel cuore di Guerrero c’è la consapevolezza di non poter dare di più, la volontà di non pesare ulteriormente su una squadra che lo strapaga e che spesso non può schierarlo. Al punto che nel 2006, un anno prima della naturale scadenza del suo accordo, arriva la risoluzione consensuale. Durante la conferenza stampa piangono tutti, dal giocatore all’usciere. Julen Guerrero smette, a trentadue anni appena compiuti.

Potrebbe anche andare a giocare da qualche altra parte, godersi un ultimo buon contratto in un club di poche pretese. Nonostante gli infortuni, il talento è quello di sempre. E l’età permetterebbe un paio di stagioni ad alto livello. Ma anche in questo caso, il basco dice no. Sono passati undici anni, nel calcio è cambiato molto, ma non il pensiero di Guerrero. Non vale la pena sporcare i propri ideali per qualche spicciolo in più. Fa male il cuore anche solo a pensare di indossare un’altra maglia. E quindi è giusto appendere gli scarpini al chiodo e risvegliarsi da quello che è stato il sogno di una vita. Una vita sportiva consacrata all’amore per l’Athletic, che rappresenta l’iconografia perfetta da esporre nella Catedral, in quella che è la profana agiografia di Saint Julen. Un luminoso esempio di fedeltà e di amore per i propri colori di cui ogni giovane tifoso è devoto seguace. Ad alcuni dei calciatori di oggi consigliamo un pellegrinaggio al San Mamés. Di certo, avrebbero di che imparare.