Francesco Cavallini

Si potrebbe prendere in prestito un titolo di Hemingway. La Vecchia Signora e il mare. Strano a dirsi, ma è un binomio inscindibile. Perchè a Torino di acqua salata non ce n’è, ma spesso si sono scelti uomini che hanno la marea e la salsedine nel DNA per guidare in porto il veliero bianconero. Vycpálek, Trapattoni, LippiAllegri. Quattro allenatori per otto finali, quattro come i punti cardinali e otto come gli elementi della Rosa dei Venti. Per trovare la rotta verso la Baia di Bristol c’è voluto Massimiliano Allegri, un lupo di mare ancora giovane ma con la saggezza e l’esperienza dei vecchi. La bussola che si è costruito l’ha già portato vicino al tesoro e tra qualche settimana potrà riprovarci. Ma è ancora presto per guardare avanti. Torniamo prima indietro.

A prima vista ci vuole coraggio ad associare Vycpálek al mare. A Praga al massimo c’è un fiume e la spiaggia più vicina è giusto un paio di nazioni più in là. Ma zio Cesto, come lo chiamava un giovane Zdenek Zeman, arriva in Italia e dopo una breve esperienza all’ombra della Mole si innamora di una città, della sua gente e dell’acqua azzurra che la bagna. Palermo è un coacervo unico di colori e di odori, anche nel 1947, quando la guerra ha appena lasciato il posto ad una fragile pace, quella tra lo Stato e chi Stato non è. L’amore di Cesto è subito ripagato. La Sicilia culla il ragazzo venuto dalla Boemia fino al 1970, tra campi e panchine. Poi arriva la chiamata della Juventus per guidare i picciotti delle giovanili. A mostrare ai grandi come si gioca c’è Armando Picchi, toh, un altro uomo di mare, guarda caso un livornese. Ma una malattia interrompe bruscamente il suo viaggio ed il timone passa a Vycpálek. Due scudetti consecutivi ed una lunga traversata fino a Belgrado, a sfidare chi contro il mare combatte quotidanamente per vivere. È l’ultimo Ajax di Cruijff, a cui basta una rete lampo di Johnny Rep per riportare dal Marakana la terza Coppa dei Campioni consecutiva. Il sogno svanisce. Ma la barca bianconera è solida.

Dieci anni dopo al timone c’è un altro signore che col mare c’entrerebbe poco. Cusano Milanino non è esattamente nota per essere una località balneare, ecco perchè Giovanni Trapattoni passa ogni estate a Talamone, nel cuore dell’Argentario. Quella che il Trap ha ancorata nel golfo toscano è un’imbarcazione piccola e semplice. Quella che guida in Europa nella stagione 198283 è una corazzata. L’equipaggio è di primissimo ordine. Zoff, Cabrini, Gentile, Scirea, quella filastrocca che ogni italiano ha imparato a memoria nell’estate di Spagna. E poi Tardelli, Bettega e Paolo Rossi e, tanto per non farsi mancare nulla, Platini e Boniek. Atene, che di battaglie navali qualcosa ne sa, accoglie i bianconeri, super favoriti contro l’Amburgo di Ernst Happel. Il Trap non si fida, non dice gatto se non ce l’ha nel sacco. Sa che i tedeschi sono come il Mare del Nord, all’apparenza tranquilli ma capaci di scatenarsi in tempesta quando meno te l’aspetti. E infatti ci pensa Felix Magath ad affondare la Juventus alla prima cannonata. Quella Coppa sembra maledetta. E per certi versi lo è, perchè la vittoria di due anni dopo a Bruxelles è macchiata del sangue di trentanove vittime innocenti. Conta poco il rigore di Platini, conta ancora meno la foto di rito che ritrae Trapattoni e Scirea con in mano il trofeo. Ci sono serate che non si vorrebbero mai vivere. E quella dell’Heysel è sulla lista di molti.

Giovanni Trapattoni allo stadio Heysel

Passano altri dieci anni e, puntuale come la marea, la Juventus si ripresenta nell’Europa che conta. È arrivato a Torino un toscano un po’ sabaudo, cresciuto all’ombra degli edifici Liberty della passeggiata del porto di Viareggio. Dalla Versilia Marcello Lippi parte giovanissimo e gira un po’ tutta Italia, sempre prediligendo luoghi dove può fermarsi ad ammirare il mare. Che a Torino, ripetiamo, non c’è, ma la chiamata è troppo importante per dire di no. Prima di partire, fa incetta di esperti navigatori. Con lui da Napoli arriva Ciro Ferrara, direttamente da Marsiglia c’è Didier Deschamps e dalle rive dell’Atlantico giunge Paulo Sousa. Il primo campionato è una marcia trionfale, così come il cammino nella Champions League della stagione 1995-96. Gli unici ad opporre resistenza sono gli spagnoli del Real Madrid, ma il solco è tracciato. A Roma ad aspettare i bianconeri c’è di nuovo l’Ajax, non quello di Cruijff ma quello di Louis van Gaal, campione uscente. Dopo 120 minuti di battaglia ci pensano i rigori ad assegnare il trofeo, che arriva nelle salde mani di Gianluca Vialli. È una vittoria incredibile. Ma purtroppo per Lippi sarà l’unica.

Sia ben chiaro, non per mancanza di tentativi. Infatti giusto un anno più tardi la Juventus è ancora lì, a giocarsi la possibilità di una storica doppietta. Di fronte una marea giallonera che, complice la distanza non proprio proibitiva, invade l’Olympiastadion di Monaco di Baviera. Ci sono molte facce conosciute in quel Borussia Dortmund. Möller, Reuter, Kohler, persino quel Paulo Sousa che a Torino non si è mai del tutto ambientato. Riedle colpisce due volte, Del Piero illude con un tacco sublime, Ricken la chiude con una perla di rara bellezza. Sarà, di nuovo, per la prossima volta. Che, inaspettatamente, è ancora l’anno successivo. Semifinale contro il Monaco, finale, tu guarda i casi della vita, contro il Real Madrid. Suona familiare, eh? Alla corte di Lippi sono arrivati Zidane, Montero, Davids, Pippo Inzaghi. Ma anche stavolta, non basta. L’Invincibile Armada spagnola porta a casa tra le polemiche la coppa dalle grandi orecchie, con una rete di Mijatović in sospetto fuorigioco. Tra i canali di Amsterdam termina un ciclo. Il lupo di mare toscano lascia e va a Milano. Torna a Torino dopo neanche due anni, per guidare la Juventus all’ennesimo tentativo di raggiungere di nuovo la gloria. Davanti a sé trova il Milan di Carlo Ancelotti. A Manchester è battaglia. Lunga, cruenta, equilibrata. La matassa la sbrogliano i rigori. Sbaglia Paolo Montero, un altro che viene dall’Oceano. È un segnale. Stavolta la traversata di Lippi, partita dal mare della Versilia, finisce davvero qui.

Marcello Lippi a Manchester per la finale di Champions League 2002-03

Altri dieci anni, forse uno in più. Da Livorno, già patria del compianto Armando Picchi, arriva un altro toscano di mare. Max Allegri ha un compito ingrato, deve sostituire Antonio Conte da Lecce, capitano prima in campo e poi sul ponte di comando. Un giovane filibustiere tutto grinta, dal carattere fumantino ed arrembante. Allegri sembra l’opposto. Calmo, compassato, più legato alla ragione che al sentimento. Che a vederlo non penseresti mai che sia capace di urlare, di arrabbiarsi, di guidare con la forza delle emozioni. Il figlio dello scaricatore di porto, quello che da calciatore sembrava non prendere mai la vita sul serio, è cresciuto. E quindi l’Acciughina livornese si prende inaspettatamente la scena e, non potendo fare meglio di Conte in Italia, punta all’Europa. Guida i bianconeri in mare aperto fino ad arrivare a Berlino, dove i suoi ragazzi incontrano un branco di squali in maglia blaugrana. La Juventus tiene testa, ma il Barcellona è troppo forte. Sarà di nuovo per la prossima volta.

E l’ennesima prossima volta è arrivata. Un viaggio costa a costa per giungere sulle spiagge di Cardiff. Oporto, Barcellona, Montecarlo. Tre porti in cui l’armata bianconera è attraccata e ha dominato in lungo e largo, ai comandi del suo capitano livornese. Con tutta probabilità a salutarlo sul prato del Millennium Stadium troverà Zinedine Zidane, un altro che di mare qualcosina ne sa. Cresciuto tra i vicoli del porto di Marsiglia, il francese da mozzo si è incredibilmente scoperto ammiraglio. Madrid come Torino, città incastonate nel bel mezzo della roccia, lontane dalle rumore della marea e dal blu dell’acqua marina. Eppure sabato 3 giugno in Galles la battaglia infurierà come il mare in tempesta, guidata, in campo e fuori, da uomini per cui l’odore della salsedine significa casa. C’è Cristiano, figlio dell’Oceano. Ma anche Gonzalo, l’argentino che il destino ha fatto nascere al limite estremo della Francia, dove la Bretagna si protende sull’Atlantico. E proprio come il mare, la Juventus tenterà di nuovo di baciare quella metaforica spiaggia chiamata Champions League. Non importa quante volte verrà respinta. Prima o poi, il sogno tornerà ad essere realtà.