Bobo Craxi

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi…

Basterebbero le parole del poeta a descrivere la scena che si è ripetuta anche ieri nello stadio di Pescara. Un portiere sconfitto ed un compagno che cerca di consolarlo. Anche se in verità Donnarumma e Paletta non hanno dato l’idea di pentirsi un granché della frittata combinata.

Ma se guardiamo a ritroso nella grande storia del Milan, non si incontrano portieri fuoriclasse, qualcuno di cui ricordare le gesta. E soprattutto nessun eroe della nazionale fra gli estremi difensori rossoneri. Alla fine degli anni 50 a Milano erano talmente scontenti dei propri portieri che se li scambiarono: Ghezzi dall’Inter andó al Milan e Buffon, un avo di Gianluigi, fece il percorso inverso…

Seguirono per tutti gli anni 60 dei numeri uno anonimi: Barluzzi, Balzarini, Pierpaolo Belli. Quest’ultimo era obbligato ad una estenuante staffetta con l’altro giovane portiere della primavera, Walter Vecchi, oggi apprezzato preparatore, che Milano ricorda per la sua statura e per avere parato un numero sufficiente di rigori a far vincere al Milan la seconda Coppa Italia contro la Juventus. Di Fabio Cudicini si ricorda innanzitutto l’epico soprannome che gli fu affibbiato dopo la battaglia in coppa campioni a Manchester, il Ragno Nero, ma certo i più maligni non possono dimenticare la passeggiata a centrocampo in un derby che consentì a Boninsegna di pareggiare. Potremmo sorvolare sull’acquisto di un portiere argentino di nome Caffaro, soffermarci soltanto qualche minuto a ricordare che Pierluigi Pizzaballa, il portiere bergamasco dalla figurina introvabile che gioco dell’Atalanta e nel Verona, fece due stagioni al Milan e fu l’unico portiere milanista che riuscì a parare due rigori nella stessa partita. Certo, uno degli eroi dell’Atzeca nella più famosa partita della nazionale italiana (il quattro a tre ai tedeschi), Ricky Albertosi, venne a concludere la sua carriera a Milano. Introdusse la maglia gialla, fu più volte capitano, fumava e purtroppo aveva il vizio del gioco. Chi lo sostituì veniva da Como e si chiamava Rigamonti. Era un portiere che tirava i rigori, ma ne ne parava pochi, sia di rigori che di tiri. E negli anni 80 fra serie A e serie B il Milan dovette barcamenarsi fra i giovani Piotti e Nuciari, fino all’esperto ex torinista Terraneo.

Fabio Cudicini, il Ragno Nero

Poi Berlusconi porto a Milano Giovanni Galli, una persona molto seria ma anche una personalità fragile. Al suo piede si deve il passaggio del turno decisivo nella lotteria dei rigori che seguì la fortunata sospensione della partita nella notte di Belgrado contro la Stella Rossa. Ma di lui c’è da dire poco altro, anche perchè giocava nella squadra degli invincibili, dove i tiri nella porta del Milan erano francamente abbastanza rari, essendo la linea difensiva di Sacchi una specie di Linea Maginot. Per questa ragione per un paio di stagioni il Milan si accontentò di schierare in porta Pazzagli e Antonioli. Quest’ultimo, che fece successivamente una buona carriera alla Roma, verrà ricordato per la classica papera che regalò ad una squadra interista tutt’altro che trascendentale un insperato pareggio. Gli anni 90 furono gli anni di Sebastiano Rossi, lo spilungone cesenate che non ebbe dal calcio italiano il riconoscimento che meritava. Infatti superò il record di imbattibilità che apparteneva ad una gloria del portierato italiano come Dino Zoff, ma il fatto di essere portiere della squadra italiana in quel momento fra le più forti al mondo non gli valse praticamente mai il diritto di essere anche il portiere azzurro. Nelle panchine rossonere sedevano anonimi numeri 12 come Ielpo Pagotto. Un anno, quando Sebastiano aveva incominciato a fare le bizze, fu assunto dalla Germania il portiere Lehman, che duro due o tre partite. Non ebbe migliore fortuna un giovane talento, Taibi, che ad un certo punto si trovó a giocare anche al Manchester United.

Rossi si riconquistò di prepotenza la maglia titolare, e di altrettanta prepotenza la perdette: dopo un calcio di rigore di un attaccante perugino praticamente prese a pugni il goleador. L’ennesima follia aprì praticamente le porte ad un giovanotto, il portiere della primavera Christian Abbiati, che concluse il campionato 1998-1999 nella porta rossonera e fu decisivo per la conquista di uno scudetto inaspettato. Gli anni successivi furono quelli di Dida, che smentendo tutti i luoghi comuni sui portieri brasiliani si contraddistinse per una certa classe e agilità fra i pali, ma anche per una certa discontinuità. Regalò la vittoria di Manchester nella finale contro la Juve e contribuì in modo fondamentale alla sconfitta nella finale di Istanbul contro il Liverpool. Passando dal ritorno di Abbiati, alla porta difesa ora da un australiano ora da uno spagnolo, siamo arrivati al giovane Donnarumma. Talento troppo annunciato e quotato sul borsino del mercato da un agente sin troppo scaltro, certo egli allarga le sue braccia e restringe lo specchio a tutti i centravanti, ma come tutti i giovani eccede nella disinvoltura dei portieri che giocano dentro e fuori dai pali. Probabilmente lui non conosce neanche la storia di quel portiere olandese che giocava con il numero otto, Jongblöed, e che era più abile con i piedi che con le mani. Interpretare il portiere in modo moderno ti espone ai rischi delle figuracce come quelle di ieri. Saranno stati anche perfidi, o forse semplicemente interisti, i disegnatori della Disney che lo hanno ribattezzato Paperumma, ma purtroppo vi è stata una certa preveggenza. Il tifoso milanista che conosce la storia travagliata dei nostri numeri uno non potrà che essere indulgente. D’altronde non è il solo portiere che costruisce una grande squadra. Anche se a volte avere un grande portiere aiuta.