Redazione

Un boato. E poi d’improvviso macchine che suonano all’impazzata, migliaia di persone che scendono in piazza, un caos che coinvolge tutti. Solite tristi scene in Siria, dove ogni giorno c’è un pessimo motivo per tutta questa confusione. Ma stavolta no. Per una volta, una sola, le urla sono di gioia, non di terrore. Di vita, non di morte. Di speranza, non di tristezza. Il merito è tutto di Omar Al Soma, fino a poche ore fa sconosciuto attaccante dell’Al-Ahli e ora eroe di un paese intero. Che purtroppo intero davvero non è, al punto che ad oggi esistono tre diverse Sirie. Quella di Assad, di cui la nazionale di calcio è rappresentante. Quella dei ribelli, che hanno addirittura provato a fondare una propria federazione. E quella controllata dall’ISIS, in cui il calcio non è altro che una delle tante deviazioni portate dai costumi occidentali.

Eppure hanno esultato tutti quando Al Soma ha scritto la storia, negli attimi conclusivi del match contro l’Iran. Come in una favola, nella magnifica Persia, la nazionale siriana si è regalata un sogno e approda agli spareggi per giocarsi un posto ai Mondiali di Russia 2018. Lo fa tenendosi dietro la nascente potenza calcistica cinese, che nonostante vagonate di yuan investiti e Marcello Lippi in panchina è stata mestamente eliminata. Terzo posto in extremis, non sufficiente per la qualificazione diretta, ma abbastanza per sperare in un miracolo sportivo, dato che quelli veri in Siria avvengono difficilmente. Ora ci sarà l’Australia, squadra di consolidata tradizione ormai da decenni. Poi, eventualmente, l’ultimo scontro, quello contro la quarta classificata della zona CONCACAF. Che, ironia della sorte, potrebbero essere gli USA.

Partita in trasferta quella con l’Iran, peccato non aver fatto l’impresa in casa. Peccato che casa non c’è. La guerra civile ha cancellato tutto, compresa la possibilità di giocare a Damasco. Nessuna federazione si arrischierebbe a spedire la propria nazionale tra autobombe e combattimenti. Si gioca lontano, molto lontano, quasi dall’altra parte del mondo, in Malesia. E nel fortino lontano quasi 7000km da casa i ragazzi di Ayman Hakeem hanno conquistato nove dei tredici punti che fanno sognare una nazione martoriata. Solo così il calcio può unire, perchè la Prima Divisione Siriana è solo il fantasma del campionato che si stava sviluppando prima del caos. I calciatori fuggono. Chi in Arabia, chi addirittura più lontano. Ma non dimenticano la propria patria.

E quindi ben vengano le urla, i clacson, quella confusione che solitamente non è un buon segno, ma che per una volta è segno di normalità, quella normalità che la Siria non conosce più e che ritrova, seppur solo per qualche istante. Poi l’ebbrezza svanisce e si torna alla vita di sempre, a una sofferenza che sembra non aver mai fine. Ma con due date ben fisse in testa. Ottobre, quando ci sarà il match contro l’Australia. E poi, magari, novembre, per regalare al popolo siriano altre serate di gioia, di vita. Non è semplice, riuscire è quasi impossibile. Ma è tempo di sognare. Una piccola grande goccia di speranza per un Paese che vive in un incubo.