Redazione

Il calcio piace e appassiona anche per le dinamiche che esulano dai novanta minuti. Il clima di sano divertimento che circonda le varie disquisizioni che una volta riempivano i bar e che oggi si sono trasferite davanti al bancone virtuale dei social network. La bellezza dello sfottò, del moto di ironia che spesso travalica il campanilismo, venendo apprezzato anche da chi della presa in giro è il diretto obiettivo. L’insulto bonario e quasi svuotato di significato o, meglio ancora, l’identificazione della parte avversa come un qualcosa di schernibile. Sei proprio della Roma, direbbe un amico a un laziale che ha sbagliato qualcosa.

Il confine tra goliardia e cattivo gusto

Ci sono confini però che non possono e non devono essere superati. E sarebbe semplice limitarsi agli adesivi con su Anna Frank, che è difficile derubricare a semplice goliardia. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo. E tutti, indistintamente, devono essere puniti e stigmatizzati, perchè riaprire certe ferite, impossibili da rimarginare, è sbagliato a prescindere. Impossibile, dicevamo, accettare la visione che si possa trattare di “scherno e sfottò” quando si insulta un popolo che nel corso dei secoli (e in particolare del ventesimo) ha subito l’inenarrabile. E non si tratta di campanilismo politico, perchè sarebbe la stessa cosa se si parlasse di Gulag, o se si augurasse a qualcuno di incrociare i Khmer Rossi. Le foto del gol di Lulic ci stanno, fanno parte del gioco. Il resto no.

Una piaga da combattere dall’interno

Perchè l’insulto, questo è innegabile, è parte vitale della rivalità. Ma trasformare in insulto ciò che insulto non è e facendolo attraverso il volto di una ragazzina morta a neanche sedici anni supera la sottile linea che divide ciò che è giusto e ciò che non lo è. La vita umana e le tragedie fanno parte del sacro, dell’intoccabile. E quando vengono strumentalizzate per fomentare l’odio devono essere combattute, anche dall’interno.

Come ha fatto Gigi Buffon, capitano della nazionale e icona della Juventus, che non si è tirato indietro ed ha affrontato i suoi tifosi, anzi, la sciagurata (e fortunatamente risibile) percentuale di essi che ha ben pensato di schernire il Toro con macabri striscioni inneggianti a Superga in occasione del derby dello scorso maggio. E dire che i bianconeri dovrebbero sapere cosa significa soffrire per una memoria spesso non rispettata, quella dei morti dell’Heysel, che in questo gioco al massacro mascherato da goliardia vengono spesso e volentieri tirati in ballo e offesi.

Condannare le offese, piuttosto che legittimarle

E in parte hanno ragione gli Irriducibili, che nel loro comunicato segnalano che offese simili vengono rivolte anche alla loro tifoseria. Ma sbagliano a derubricarle come sfottò, perchè non c’è niente di goliardico da parte di chi tifa Roma nell’infangare la memoria di Vincenzo Paparelli, morto per essersi ritrovato al posto giusto (allo stadio) nel momento più sbagliato possibile. Il punto è che accettare questi attacchi frontali come parte del gioco li legittima, quando invece lo sdegno e la condanna dovrebbero essere unanimi, indipendentemente dalla situazione specifica e da chi ne è stato colpito. Perchè lo sfottò è bello ed è uno dei (tanti) motivi per amare il calcio. Ma questo non è sfottò, non è goliardia. E, ad essere onesti, con il calcio non c’entra proprio un bel niente.