Redazione

Corsi e ricorsi storici, volendo citare Giambattista Vico. Quel concetto secondo cui ogni evento è destinato a ripetersi nelle sue linee essenziali. E la linea essenziale di questa Lazio, sorpresa (che poi ormai sorpresa non è) del campionato di Serie A, punta dritta alla Champions League. Esattamente come nella stagione 2006/07, quella in cui i biancocelesti sono arrivati terzi sotto la guida di Delio Rossi e con in rosa tre nomi che in questo momento vanno per la maggiore dalle parti di Formello: Angelo Peruzzi, Igli Tare e, soprattutto, Simone Inzaghi.

Un’altra Lazio da Champions?

Cominciamo dalla fine. Simone Inzaghi, il leader di questa squadra, capace di andare a vincere all’Allianz Stadium, a casa dei campioni d’Italia, giocando con il piglio della grande. Inzaghi che lo scorso anno sembrava capitato sulla panchina biancoceleste per caso, dirottato in fretta e furia da Lotito mentre andava a farsi le ossa a Salerno a causa del fallimento della trattativa per Bielsa. È andata così? Sì e no, perchè c’è dell’altro. L’altro si chiama Igli Tare, DS (ma anche factotum) della Lazio, che aveva avuto modo di seguire da vicino la parabola di Simone alla guida degli Allievi e poi della Primavera, vincitrice di due Coppe Italia e di una Supercoppa. Che sapeva che affidare la prima squadra al più giovane dei fratelli Inzaghi non era un rischio, ma un’opportunità. E che per aggiungere un altro po’ di carisma, ha riportato a Formello Angelo Peruzzi nel ruolo di club manager. E il resto, come si suol dire, è storia recente.

Ricordi di un’era passata

Quella un po’ più lontana parla sempre di Lazio, una Lazio forse meno talentuosa di quella attuale, ma capace di piazzarsi terza nel campionato 2006/07, l’ultimo della carriera di Peruzzi. Inzaghi e Tare quella stagione la passano prevalentemente in panchina, dove cominciano a vedere il calcio da un’altra prospettiva. La stessa prospettiva che ora entrambi mettono nel loro lavoro quotidiano. Il tecnico ha sviluppato la maniacalità e l’ossessiva voglia di aggiornarsi e di conoscere che lo ha reso famoso nel centro sportivo biancoceleste. Il DS ha studiato in silenzio, quel silenzio che sembra quasi disinteresse ma che nasconde uno spirito di osservazione eccezionale, le dinamiche del club ed ha cominciato con qualche anno d’anticipo il cammino che lo ha portato alla guida della gestione sportiva della Lazio. Gestione che oggi sta portando risultati che nessuno, neanche il tifoso più critico può sminuire.

L’ennesima vittoria morale di Lotito

L’unanime apprezzamento per l’assortito trio che ha in mano le sorti della nuova Lazio è anche una (l’ennesima) vittoria di Claudio Lotito, a cui spesso i tifosi hanno rimproverato una certa mancanza di lazialità nell’organico societario. Certo, mancano le grande bandiere, ma quella rappresentata da Inzaghi, Tare e Peruzzi è una lazialità diversa. Sommessa, non urlata, ma non per questo meno viscerale. La dimostrazione è nella smodata esultanza del tecnico assieme a Milinkovic-Savic dopo la rete a tempo scaduto contro il Chievo. Ma anche nel lavoro costante e oscuro del DS, nei silenzi che dicono tanto del team manager. E soprattutto nei risultati che l’apporto di tutti sta portando a questa Lazio. Che punta in alto, proprio a quella Champions che Simone, Igli e Angelo hanno saputo conquistare sul campo. E che ora vedono come obiettivo possibile anche dalla panchina e dalla tribuna.