Paolo Valenti

Doppia data italiana per il leg europeo del Joshua Tree Tour 2017 degli U2. Entrambe le serate, 15 e 16 luglio, si tengono allo stadio Olimpico di Roma, location dove la band irlandese si era già esibita nel luglio del 2005 e nell’ottobre 2010. Questa volta non ci sono nuovi album da lanciare: il Joshua Tree Tour 2017 è “solo” la celebrazione del trentennale dell’opera più riuscita e significativa di Paul Hewson, David Evans, Adam Clayton e Larry Mullen Junior. The Joshua Tree, infatti, è l’album più venduto del gruppo con circa ventotto milioni di copie. Nel 1987, quando uscì, consacrò definitivamente gli U2 come la rock band contemporanea più grande del mondo, portandola sulla copertina del magazine Time del 27 aprile di quell’anno di grazia. Da Where the Streets Have No Name a Mothers of the Disappeared undici canzoni fuse in un corpo unico sviluppano un racconto che va dall’America ai desaparecidos, dalla politica all’anima, dalla forza all’amore. Una narrazione omogenea che si intreccia e sviluppa tra melodie, ritmi, sonorità e contenuti che generano una spinta emozionale rimasta intatta nei decenni, a dimostrazione dell’universalità di un capolavoro che forse nemmeno i quattro ex ragazzi di Dublino erano riusciti a immaginare quando l’album uscì dalla sala di registrazione.

Gli stadi, la casa degli U2

Un’intensità passionale per certi versi analoga a quella generata da certe partite di calcio che lasciano un’impronta nella memoria. Come, per dirne una, Italia-Germania del 1970 in Messico, capace di originare le stesse emozioni ogni volta che viene rivista in televisione. Quella capacità di superare il tempo e annullare lo spazio che gli U2, dando alla luce The Joshua Tree, hanno dimostrato di possedere e che li ha resi così vicini e istintivamente contigui al mondo del calcio. A partire dall’incredibile concerto tenuto a Roma il 27 maggio 1987 allo stadio Flaminio, rimasto famoso per aver scaricato così tanti decibel sulle case del quartiere da far temere agli abitanti di trovarsi nel pieno di una scossa sismica. Quella sera gli U2 suonarono in contemporanea allo svolgimento della finale di Coppa dei Campioni tra il Bayern Monaco e il Porto, quando Madjer, il tacco di Allah, e Juary, vecchia conoscenza del campionato italiano, portarono i lusitani per la prima volta sul tetto d’Europa. Bono, a corto di voce per un malanno passeggero, non performò un solo pezzo senza il sostegno inesauribile di quarantamila voci che cantarono con lui e per lui.

Rabah Madjer, il Tacco di Allah

A seguito del successo dell’album, gli U2 arrivarono a rappresentare valori che molti supporter sentivano di poter traslare anche alle loro squadre. Nella stagione 1987-88 nella curva Sud della Roma, oltre alle bandiere con le sigle dei gruppi ultrà più conosciuti, ne campeggiava costantemente una a sfondo giallo con la scritta U2 in rosso. Esempio di come una vasta fetta di pubblico legata al calcio rintracciava nelle canzoni della band quegli elementi di forza, passione e impegno che ogni tifoso si aspetta di vedere rappresentati dalla propria squadra.  A cavallo tra cronaca e leggenda metropolitana, invece, si colloca la presenza allo stadio Olimpico di Roma di Bono in occasione dei quarti di finale dei Mondiali di Italia 90. Gli azzurri di Vicini sono lanciatissimi verso la semifinale del torneo ma per accedervi devono prima battere la coriacea nazionale di Jackie Charlton. In un clima di attesa già di per sé eccitato, comincia anche a girare la voce che Bono potrebbe sedersi nella tribuna d’onore per sostenere da vicino i suoi connazionali. Tra il pubblico dell’Olimpico non sono pochi quelli che puntano lo sguardo sotto la tribuna stampa per cogliere segnali di presenza del front man irlandese. Almeno fino al 38° del primo tempo, quando Totò Schillaci segna il gol dell’1-0 spingendo definitivamente l’attenzione di tutti verso le vicende del campo.

Nella doppia data italiana di quest’anno, le canzoni degli U2 sono anticipate dalla performance di supporto degli High Flying Birds, il gruppo di Noel Gallagher. Non è un mistero che l’ex Oasis, insieme al fratello Liam, sia un acceso tifoso del Manchester City. Improbabile che con Bono & C. possa intonare quel “who the f**k are Man United” dei vecchi tempi col quale lui e il fratello chiudevano i loro concerti. Ma, grazie anche a lui, la passione per il calcio accompagnerà all’Olimpico le canzoni dei quattro ex ragazzi di Dublino.