Ronald Giammò

L’appuntamento è per sabato mattina alle 9:30 (ora italiana) ad Auckland, Eden Park, quando i British&Irish Lions scenderanno in campo per il terzo e decisivo test match contro gli All Blacks. Vincendo a Wellington sabato scorso per 21-24, i britannici si sono messi in una condizione che solo due selezioni prima di loro hanno avuto il privilegio di vivere: affrontare la bella con la chance di portare a casa le series. Solo nel 1971 (unica vittoria in tredici spedizioni) e nel 1993 si era vissuto un finale al cardiopalmo come questo.

Con le formazioni ufficiali annunciate come di consueto a metà settimana, ecco i motivi per guardare con ottimismo alla sfida di sabato dal punto di vista dei Lions e quelli che potrebbero invece far pendere il confronto dalla parte dei tuttineri.

Una sconfitta arrivata giocando in 14 per un’ora di gioco

Raro che nel rugby si assista ad un’espulsione diretta. Per gli All Blacks, quello di Sonny Bill Williams, è stato il terzo cartellino rosso della loro storia. Una decisione che in commissione disciplinare ha poi portato ad una squalifica di quattro settimane per il trequarti neozelandese. Se n’era andato appena il primo quarto di gioco, troppo poco per esprimere un giudizio esaustivo su quel che avrebbe potuto essere e non è stato. Resta l’evidenza di un uomo in più per i britannici per oltre un’ora di gioco, un indubbio fattore a loro favore che alla lunga ha fatto pendere il piatto della bilancia dalla parte degli uomini di Gatland.

Maggiore reattività degli All Blacks nell’adattarsi e nel saper leggere la partita

E però i venti minuti scarsi che hanno portato le squadre all’intervallo (chiuso in parità 9-9) e i primi venti minuti della ripresa, quelli in cui i Lions avrebbero dovuto trarre maggior vantaggio della condizione di superiorità venutasi a creare, sono stati invece a totale appannaggio degli All Blacks. Freddi nel non farsi prendere dal panico a frittata avvenuta; competenti, quando è stato il momento di ricevere e mettere in pratica il nuovo piano di gioco; cinici, nel saper infine sfruttare (quasi) tutte le occasioni loro capitate nella parte centrale dell’incontro. Il piede di Barret li ha portati avanti ben oltre il break (18-9), e nonostante i due errori da lui commessi in momenti altrettanto importanti, hanno impressionato la lucidità e la volontà con cui i padroni di casa hanno saputo e voluto imporre il loro copione alla sfida.

Disciplina e fiducia

Auckland è praticamente un fortino. Gli All Blacks non perdono qui da quasi trent’anni. E anzi, proprio in questo stadio hanno alzato al cielo la coppa del mondo nel 2011. La vittoria ottenuta in parità numerica contro i britannici due settimane fa sarà il punto da cui ripartire e su cui ricostruire certezze solo in parte scalfite dalla sconfitta di Wellington. Forti anche di una maggiore disciplina (nel bilancio dei calci di punizione sono in netto vantaggio), gli All Blacks hanno dimostrato di saper meglio interpretare il metro di giudizio applicato sin qui dai direttori di gara, mettendo a tacere chi, tra gli osservatori, li vede ancora calcolatori e killer del gioco altrui quando la contesa rischia di farsi incandescente.

In 14vs14 è arrivata la meta della riscossa Lions

La disciplina, dicevamo. Vero tallone d’Achille della selezione britannica che stava lei costando la vittoria nel test match. Un avvio di secondo tempo macchiato da cinque, se non sei calci di punizione sublimatosi nell’espulsione temporanea del pilone Mako Vunipola. Tutti, in quel momento, si sarebbero aspettati il crollo. È invece arrivata la meta della riscossa targata Faletau: meta che ha riportato sotto nel punteggio i Lions lasciandoli questa volta a distanza di break solo per via dell’ennesimo calcio di punizione messo a segno dall’apertura All Blacks. La meta di Murray con cui hanno infine ritrovato la parità è arrivata anche perché in quel momento, con le spalle al muro e nulla più da perdere (“do or die“, dicono loro), i Lions sono riusciti a trovare lo squillo su cui costruire la carica finale.

Johnny Sexton

In un match giocato sul filo del rasoio, avere in squadra un cecchino capace di tramutare in punti ogni minima occasione è condizione fondamentale per pensare di potersela giocare fino alla fine. I Lions, grazie a Jonathan Sexton, hanno trovato un calciatore abituato alla pressione delle grandi sfide e con all’attivo già quasi seicento punti marcati in carriera. È stato lui, a due minuti dallo scadere, a regalare ai suoi i tre punti decisivi per la vittoria finale. E in una bella che si annuncia equilibrata e in cui ognuno cercherà di mettere a nudo le debolezze altrui, sapere di poter contare su un finalizzatore in grado di dignificare il lavoro dei suoi può fare tutta la differenza del mondo.

Fiducia

Ne servirà tanta agli uomini di Gatland per affrontare quella che con molta probabilità sarà la sfida più importante della loro carriera. Alle loro spalle però non ci sarà solo un paese, ma quattro nazioni, diverse eppure accomunate dalle identiche radici ovali. La macchia rossa di tifosi al seguito dei touring visitors ha continuato ad espandersi nel corso del tour iniziato più di un mese fa e dagli stadi agli aeroporti, dagli alberghi e lungo i trasferimenti, non ha mai mancato di far sentire calore e sostegno agli uomini in rosso. È un processo diverso rispetto a quelli che normalmente si vengono a creare tra un club e i suoi sostenitori. Laddove in piccolo si celebra l’appartenenza, qui va invece in scena una vera e propria identificazione, l’orgoglio di dirsi “noi”, una volta ogni quattro anni, nonostante le baruffe e gli screzi che quotidianamente scandiscono le nostre rivalità. Un orgoglio amplificato dal sapere di avere ora la possibilità di scrivere la storia. Insieme.

Pressione e arbitri

Di pressione ce ne sarà, e tanta, su entrambe le squadre in campo. Nessuno degli All Blacks avrà intenzione di venir ricordato per aver perso queste series (sarebbe la seconda volta in tredici occasioni spalmate in oltre cento anni di storia); ciascuno dei Lions che scenderanno in campo sabato, farà di tutto invece perché il suo nome possa affiancarsi a quelli delle leggende che qui trionfarono nel 1971. Ma pressione ne avvertirà anche Romain Poite, l’arbitro chiamato a dirigere la sfida. Il suo metro di giudizio è stato al centro della contesa delle schermaglie verbali della vigilia del match. Schermaglie che, va ricordato, hanno fin qui visto gli All Blacks più sereni nonostante siano stati i più penalizzati dai giudici di gara (l’espulsione che ha caratterizzato il secondo test). Ed è anche per questo che, seppur di poco, il pronostico della sfida pende ancora dalla loro parte.