Francesco Paolo Traisci

Alla fine è arrivata la dura condanna per il malcapitato difensore e bandiera del Benevento Lucioni. Nulla di nuovo, tutto secondo copione. Ed infatti solo chi non conosce le imperfezioni della nostra normativa anti-doping può sorprendersi per un verdetto di condanna purtroppo chiaramente prevedibile. Riassumiamo i fatti che già avevamo descritto al momento del deferimento del calciatore (e del medico sociale) delle Streghe sannite alla procura anti doping (chiamata NADO) e che peraltro sono di dominio pubblico.

La positività, la squalifica e la sospensione

Sono fatti noti ed accertati giudizialmente in quanto mai messi in discussione da nessuna delle parti. Il giocatore è stato prima deferito poi condannato dopo essere risultato positivo nel corso di un controllo antidoping alla fine della gara con il Torino nel mese di settembre. Nessuna discussione sui fatti: era stato il medico sociale, Walter Giorgione ad aver somministrato a Lucioni un cicatrizzante a base di Clostebol, una sostanza anabolizzante e quindi proibita, senza conoscerne l’illiceità. Peraltro il sanitario ha ammesso che la sostanza era già in suo possesso e di averla applicata direttamente. In seguito al deferimento, il giocatore è stato sospeso cautelativamente prima per 60 giorni poi prorogati sino al 21 dicembre, in attesa della decisione del Tribunale Nazionale Antidoping. A quel punto, non essendo ancora giunta la sentenza, il Tribunale aveva deciso di non poter rinnovare nuovamente la sospensione, ciò che ha consentito al giocatore di scendere in campo nelle tre gare precedenti la sosta, consentendo anche alla squadra di ottenere i primi punti in classifica.

L’atleta è colpevole a prescindere…

Ora, dopo che Lucioni, quello che affettuosamente chiamato lo Zio del Benevento, si era illuso “di vedere la luce in fondo al tunnel”, quello che per lui e per la società sembra essere un fulmine a ciel sereno: la condanna ad un anno di squalifica. Ma si tratta veramente di una sorpresa? Non proprio…  Dopo l’ammissione di colpa, da parte del medico che ha dichiarato di essere l’unico responsabile dei fatti, tutto l’ambiente sannita si è illuso di aver convinto i giudici della mancata colpevolezza del giocatore, ma evidentemente non è stato sufficiente.

Noi però, purtroppo l’avevamo detto. Non è sufficiente l’assenza di colpevolezza per non subire la squalifica. L’art. 2.1 del Codice WADA e le Norme Sportive Antidoping della CONI che lo mettono in applicazione affermano testualmente che “ciascun atleta deve accertarsi personalmente di non assumere alcuna sostanza vietata, poiché sarà ritenuto responsabile per il solo rinvenimento nei propri campioni biologici di qualsiasi sostanza vietata”. A scanso di equivoci, l’articolo seguente, il comma successivo appare ancor più chiaro laddove afferma che “non è necessario dimostrare il dolo, la colpa, la negligenza o l’uso consapevole”, essendo sufficiente la mera presenza di qualsiasi quantitativo, se si tratta di farmaco presente nella lista senza ulteriore indicazione, ovvero di un quantitativo eccedente la soglia prevista, se l’indicazione prevede che è necessario tale superamento. E, se ancora qualche dubbio fosse rimasto, l’art. 2.2.1 ripete che “spetta ad ogni atleta accertarsi personalmente di non assumere alcuna sostanza vietata”.

…ma paga anche il medico

Quindi secondo questa norma l’Atleta è sempre colpevole a prescindere: se viene trovata, nei propri campioni biologici una quantità di sostanze proibite superiori alla soglia consentita viola la normativa anti-doping. Ma paga anche il medico: anzi l’ammissione che il farmaco applicato fosse di sua proprietà gli è valsa anche la sanzione per la somministrazione di sostanze proibite! E’ vero che i medicinali di uso comune sono ammessi quando vengono utilizzati a finalità terapeutiche e quindi non per finalità di doping, ma in tali casi è necessario il rispetto di un protocollo preventivo di denuncia ad una apposita commissione, che in questo caso il dottore ha omesso. E le violazioni del protocollo sono equiparate alle violazioni della normativa antidoping!

C’è spazio per il ricorso?

Ed allora quali spazi ci sarebbero per il ricorso? Quelli annunciati dallo stesso avvocato del calciatore, Saverio Sticchi Damiani il quale, a caldo, ha commentato “Il collegio ha riconosciuto tutte le attenuanti previste dalla normativa, ma non si è sentito di applicare la norma sull’assoluta mancanza di responsabilità, che era quello che chiedevamo in via principale”. Che cosa significa? Quale sarebbe questa norma sull’assoluta mancanza di responsabilità, se anche l’uso inconsapevole viene punito? L’avvocato Damiani evidentemente allude all’art. 4.4 che consente di eliminare il periodo di squalifica teoricamente applicabile.

Ma quale applicazione avrebbe tale norma se, lo ribadiamo, anche l’uso inconsapevole viene punito? Ipotizziamo: sicuramente quello forzoso o ingannevole. Mi spiego meglio. Se Lucioni avesse chiesto al medico: “ma che mi stai somministrando? Non è per caso una sostanza vietata?”, ed il medico lo avesse rassicurato dicendo “non ti preoccupare, non è una sostanza vietata”, oppure il medico avesse spruzzato senza alcun commento lo spray incriminato senza attendere l’ok del giocatore, allora sì che ci sarebbe una assoluta assenza di responsabilità, perché, anche qualora avesse ottemperato all’obbligo di informarsi sul farmaco che gli era stato somministrato, ciò non ne avrebbe impedito l’uso. Anche se qualora si fosse informato anche tardivamente avrebbe comunque potuto denunciare la situazione e ridurre o eliminare la squalifica. Riuscirà il legale del giocatore a provare che i fatti sono andati così? Vedremo…