Redazione

Il Bayern Monaco ha aperto il casting per la panchina lasciata da Ancelotti: l’ultimo nome è quello di Luis Enrique, vecchia conoscenza del calcio italiano. Ulteriori conferme arrivano anche dalla Spagna. I contatti sono avviati, ma ci sarebbe ancora molto margine prima di chiudere. Sembra che dietro l’operazione ci sia proprio Guardiola che ha caldamente consigliato al Bayern di affidarsi al suo “canterano” ai tempi del Barcellona. Rumenigge ci pensa, ma continua anche a valutare alternative “casalinghe”:  Tuchel o, in alternativa Nagelsmann, il “bambino prodigio” che ha portato l’Hoffenheim a giocarsi l’accesso alla Champions League.

Un ritorno al passato

Luis Enrique restituirebbe al Bayern le sembianze spagnoleggianti. Non è Guardiola, ma lo conosce bene. Ne ha raccolto l’eredità al Barcellona, dove già erano stati celebrati i funerali al tiqui-taka, e ha travolto l’ (ex?) amico nelle semifinali di Champions prima di portarsi a casa il triplete. Luis Enrique è un Guardiola geneticamente modificato. La manovra predilige gli scambi stretti e veloci ma non necessariamente un asfissiante possesso palla. Per capirsi: a Guardiola “servono” 10 passaggi? Luis Enrique va in porta anche con 5, sfruttando la pressione altissima e una grande preparazione fisica. Una squadra capace di recuperare il pallone e veritcalizzarlo, o utilizzare senza vergogna le ripartenze sfruttando la profondità.

Il Bayern Monaco è la squadra giusta?

Attenzione, però, alle controindicazioni. Sia Guardiola, che Luis Enrique, hanno la misura della loro grandezza all’interno dei confini nazionali. Fuori dalla Spagna, non hanno mai vinto in Europa. Luis Enrique, in particolare, ha ricordi pessimi dell’unica volta che ha lasciato la Spagna. Ha esordito allenando la Roma. Con il senno di poi, Baldini lo ha definito un “magnifico errore”. Risultati negativi, ma una rosa non competitiva per vincere. Un apprendistato complicato, che comunque gli è valso la panchina del Celta Vigo  e poi del Barcellona. É da testare fuori dai confini nazionali e dall’ambiente del Barcellona. Cosi come Guardiola, che, lontano dalla Catalunya, ha sollevato solo titoli nazionali ma non si è neanche avvicinato alla Champions. Carlo Ancelotti, invece ha vinto ovunque. Forse avrebbe meritato più tempo e fiducia.