Gabriele Orsi

Fermiamoci per qualche istante e lasciamo viaggiare la fantasia. Sono le 20.30 del 31 dicembre. È possibile che questa data non ci dica niente, se non che manca poco ai botti di Capodanno. Siamo di fronte allo specchio; ancheggiando e posando come attori prima del ciak cerchiamo l’abito giusto per la serata più lunga dell’anno. La televisione è accesa, ma non ci facciamo troppo caso. Improvvisamente il programma si interrompe e cala un silenzio che ci infastidisce. Diamo qualche buffetto allo schermo per farlo ripartire, magari si è inceppato oppure è saltata la connessione. E invece no. Vediamo comparire una figura, assisa in uno stanzone finemente decorato, la penombra ben studiata che mette in risalto l’eleganza e l’autorità del personaggio: riconosciamo la Sala del Quirinale, e a quel punto eureka, ecco cosa, il Presidente della Repubblica e il suo discorso di fine anno.

Stiamo per tornare nelle nostre stanze, ma non senza aver prima lanciato un ultimo sguardo allo schermo per fissarne qualche dettaglio, casomai qualcuno ci chieda se abbiamo seguito la diretta. Ma qualcosa ci disturba in quelle immagini, forse un quadro storto o una macchia sul paralume della lampada. Ennesima illuminazione. Studiamo il volto del Capo di Stato: è Massimo Ferrero, il Viperetta. Ma come? Non era il presidente di quella squadra di pallone… come si chiama… la Sampdoria? No. Non è lui, figurarsi. Ecco chi è. È Claudio Lotito. Però non ne siamo convinti, in effetti l’oscurità da cui parla lo fa assomigliare a un altro tizio invischiato col calcio, Urbano Cairo. Pensiamo a una parodia, ci viene in mente Crozza e le sue imitazioni; poi leggiamo su internet che il Presidente della Repubblica si chiama effettivamente Claudio Lotito e ci chiediamo come sia potuta accadere una cosa simile. Pensiamo a uno strano sogno, torniamo a prepararci, ma sotto sotto ne usciamo più fiduciosi di prima perché voglio dire, se un presidente di una squadra di calcio è riuscito ad arrivare fin lì, perché non potrei riuscirci anche io?

Mauricio Macri, due volte…Presidente

Ma possiamo stare tranquilli: almeno per ora queste sono solo fantasie. Non scomodiamo i vari Lotito, Ferrero, o Cairo, più che competenti nei loro mestieri. Tuttavia, volendo espandere i nostri orizzonti, che ne so, magari guardando all’Argentina, ci accorgeremmo che uno scenario del genere non solo può accadere, ma esiste per davvero: un caso singolare (ma neanche troppo) in cui politica e calcio, non sempre buoni amici in Italia, possono affrontare una coesistenza pacifica. Il soggetto è Mauricio Macri: dal 1995 al 2012 presidente del Boca Juniors, e dal 22 novembre del 2015 il cinquantasettesimo presidente dell’Argentina. E non è finito lì per caso, se consideriamo che giusto la settimana scorsa ha ottenuto un’altra importante vittoria alle elezioni di metà mandato, confermandosi una volta di più un leader benvoluto.

La sua è una storia secolare dalle radici profondissime e in cui l’Italia gioco un ruolo di primo piano. Rampollo di una famiglia di latifondisti calabresi, il padre di Mauricio, Franco, emigrò a Buenos Aires alla ricerca di quella fortuna che in Europa aveva visto rapidamente disintegrarsi a causa della guerra. Negli anni Cinquanta, poi, l’umile impiegato Franco si lancia nell’imprenditoria: i primi, fortunati lavori della società (la Vimac), fruttarono a Macri ingenti guadagni e, soprattutto, la giusta credibilità. Da lì è quasi tutto in discesa: imprenditore di successo e viveur instancabile, tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta fonderà un vero e proprio impero economico, con il nome di Socma (Sociedad Macri), che nel 1983 arriverà a possedere una cinquantina di imprese.

Dal Boca Juniors alla Casa Rosada

Il passaggio di consegne al figlio Mauricio, nato nel 1959, doveva essere solo una formalità: ma è qui che sorgono i problemi. Oscure congiunture aziendali, che odoravano fin troppo di intrallazzi e inciuci poco puliti, portano il quarantenne Mauricio ad allontanarsi dagli affari, con buona pace del padre. Detto fatto: fiuta nel calcio una buona occasione e nel 1995 è eletto presidente del Boca Juniors. Epoca d’oro la sua, segnata da investimenti saggi e da scelte azzeccate, come quella dell’allenatore Carlos Bianchi, che tra il 1998 e il 2004 porterà il Boca sul tetto del mondo (tre coppe Libertadores, due coppe Intercontinentali, quattro volte allenatore sudamericano dell’anno). Ma il calcio non lo distrae: nel 2007 Mauricio è eletto sindaco di Buenos Aires, e combatterà una lotta quasi decennale con i peronisti Nestor e Cristina Kirchner, che si concluderà solo nel 2015 con la sua elezione a presidente.

Una bella storia, quella di Macri. Non per fare del becero campanilismo, ma a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, la vicenda di Franco e Mauricio è ben impressa nella memoria degli abitanti (oltre che in una statua commemorativa). Una storia che in un periodo confuso della nostra storia politica e calcistica racconta, a chi sa ascoltare, anche qualcosa di noi.