Elisa Ferro Luzzi

In questa stagione di Premier League i destini di Antonio Conte e Walter Mazzarri, rispettivamente sulle panchine di Chelsea e Watford, sono stati diametralmente opposti. Il primo ha conquistato il titolo di campione d’Inghilterra e ora si gode l’eterna gloria in quel di Londra, il secondo invece  – nonostante la salvezza ottenuta – non rientra più da parecchio nei piani della dirigenza e a fine stagione tornerà in patria. Secondo i tabloid, sarebbero stati soprattutto i giocatori a chiedere la sua testa. Il motivo principale? I gravi problemi di Mazzarri con la lingua inglese. Che lo accomunano ad Antonio Conte, ma mentre al tecnico del Chelsea questa lacuna è stata ovviamente perdonata, all’ex allenatore del Napoli potrebbe essere fatale.

L’inglese, questo sconosciuto

Nonostante abbia preso lezioni private per tutta la stagione, Mazzarri si è sempre rifiutato di tenere conferenze stampa in lingua inglese e questo, a lungo andare, ha destabilizzato i giocatori che ora si dichiarano stufi di ricevere incomprensibili indicazioni in italiano. Dopo mezz’ora di colloquio col patron Pozzo, al termine dell’allenamento odierno, si è deciso per la risoluzione consensuale del contratto a fine stagione.

CONTE PARLA AL CHELSEA IN DIALETTO LECCESE
Anche Antonio Conte, ormai idolo del Chelsea, ha avuto qualche problema di troppo per quanto riguarda la lingua. Addirittura nell’ambiente, tempo fa, è sopraggiunto un certo imbarazzo a causa della seguente situazione: Holland, secondo di Conte in panchina, raggiungerà Southgate  e la nazionale inglese, lasciando un posto che l’ex tecnico della Juve vorrebbe occupato da un italiano. La società sembra non essere d’accordo: si preferirebbe dare una continuità che sia prima di tutto linguistica alla squadra. Conte è stato più volte richiamato perché abituato, durante gli allenamenti, ad usare la nostra lingua nonché, di tanto in tanto, qualche espressione tipica del dialetto leccese. Avere sette italiani nel proprio staff, sottolineano in Inghilterra, non lo ha certo aiutato ad impegnarsi nell’imparare l’inglese e per questo motivo la società sta pensando a come correre ai ripari.

ANCELOTTI THE JOKE
Gli allenatori italiani trapiantati in Inghilterra sembrano avere una vera e propria avversione verso la lingua del paese che li ospita, molto probabilmente perché ai tempi in cui andavano a scuola loro non veniva insegnato in maniera adeguata, un problema che attanaglia diverse generazioni di italiani. Anche altri tecnici, in Premier, hanno avuto diverse difficoltà con una lingua che – rispetto per esempio al tedesco – sulla carta è molto più facile. Carlo Ancelotti, ai tempi del Chelsea, durante la conferenza stampa di presentazione fece una battuta e, vedendo calare il gelo in sala, pensò di salvarsi in corner esclamando “I’m joke”.  Per la cronaca, “I’m joke” significa: “Sono scherzo,” mentre “Sto scherzando,” la frase nelle intenzioni di Ancelotti, è: “I’m joking.” Diciamo che presentarsi ai tifosi dicendo di essere uno scherzo non è stata una scelta azzeccata, anche se poi c’è da dire che l’inglese del tecnico emiliano nel corso degli anni è migliorato molto.

ancelotti chelsea

L’inglese di Ancelotti al Chelsea è migliorato

I PROBLEMI DI MANCINI E CAPELLO
E’ stato attaccato spesso dai media britannici Roberto Mancini, che durante i suoi anni al Manchester City non è stato in grado di imparare che th non si legge /t/. I suoi I tink, I tink, I tink rimangono negli annali della storia dei citizens. Fabio Capello, che dell’Inghilterra ha fatto il ct, aveva qualche problema con la parola captain (capitano): in una conferenza stampa ha più volte italianizzato con “capitan” causando l’ilarità del pubblico inglese. Poco male, tutto sommato. Ciò che ai tempi faceva sorridere era la “velocità” con cui i giornalisti gli rivolgevano le domande: “Scu-si, sta ca-pen-do la mia do-man-da o par-lo trop-po ve-lo-ce?”

TRAP E IL CAT IN THE SACK
Come non citare Giovanni Trapattoni. Rimasto famoso per il suo tedesco e il suo “Strunz” ai tempi del Bayern. Ma anche con l’inglese ha voluto dir la sua, precisamente quando diventò ct dell’Irlanda e decise di tradurre la sua celebre espressione “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” con “Be careful the cat. No say the cat is in the sack when you have no the cat in the sack”.  Alle orecchie dei giornalisti inglesi è arrivata questa frase: “Stai attento il gatto. No dire il gatto è nel sacco quando hai no il gatto nel sacco”.