Dario Marchetti

In un’epoca in cui le trattative vengono spettacolarizzate fino a rendere il calciomercato un vero e proprio show, gran parte dei riflettori si accendono su procuratori ed entourage dei calciatori. Oggi sono sempre di più i casi dove a rappresentare il giocatore è un componente della sua famiglia e questo, spesso, non è garanzia di affidabilità e professionalità. L’esempio più recente è quello legato a Neymar e all’ipotetico trasferimento al Psg. Il padre del fantasista brasiliano sta svolgendo un ruolo chiave nell’addio al club blaugrana e all’interno dell’operazione complessiva da mezzo miliardo di euro, ben 40 milioni dovrebbero finire proprio nelle casse di Neymar sr. Lo stesso che si è garantito un bonifico da 26 milioni al momento del rinnovo di O Ney con il Barcellona e che quando il figlio doveva lasciare il Santos per sbarcare in Europa si mise di traverso per far lievitare prezzo del cartellino, ingaggio e annessa commissione.

Caso Scuffet, un lontano ricordo

Ripensandoci ora sembra quasi passata una vita da quando Simone Scuffet nell’estate del 2014 rifiutava l’Atletico Madrid. Il club spagnolo metteva sul piatto un contratto praticamente triplicato al portiere bianconero (900 mila euro a stagione) e nove milioni da versare nelle casse dell’Udinese. Tutto sembrava fatto per il trasferimento, fin quando il papà, Fabrizio, decise di uscire allo scoperto e bloccare la trattativa. “L’Atletico può aspettare. Il procuratore ci ha informato dell’offerta, ma d’accordo con mio figlio abbiamo deciso di far saltare tutto”, queste furono le parole del padre di Scuffet che riteneva fosse troppo presto per un cambiamento così importante e sperava che Simone potesse finire prima gli studi. Morale della favola: seppur con altri intenti rispetto a Neymar sr,il risultato fu lo stesso con la famiglia che prese il sopravvento sul futuro calcistico del figlio.

La mamma è sempre la mamma

Nella stessa estate un altro grande caso attanagliò questa volta la Ligue 1. Il calciatore in questione è Adrien Rabiot e l’attrice protagonista è la mamma del centrocampista francese, Veronique. La Juve era sulle tracce della giovane promessa del calcio transalpino, ma il caso Coman raffreddò i rapporti tra Psg e bianconeri a tal punto da rimandare l’accordo a parametro zero per l’anno successivo. Salvo poi il dietro front della stessa Veronique qualche mese dopo che trovò un’intesa per il rinnovo con il club parigino sino al 2019. Neanche il tempo di brindare e i rapporti tra la mamma di Rabiot e Nasser Al-Khelaïfi si incrinano di nuovo. L’Italia, in particolare la Roma, tenta di nuovo il centrocampista. Anche in questo caso l’accordo era stato trovato, ma secondo quanto narrato dall’allora ds giallorosso, Walter Sabatini, tutto saltò per la richiesta della madre di poter parlare con Rudi Garcia. “Mai e poi mai. Se concedi a una mamma il tu per tu con l’allenatore in un attimo te la ritrovi nello spogliatoio” fu la giustificazione del direttore sportivo qualche anno dopo sul mancato arrivo nella Capitale di Rabiot.

Da Gerson a Gabigol: la famiglia verdeoro la fa da padrone

Il Brasile, però, fa scuola in campo di papà-procuratori invadenti e se Neymar è l’ultimo caso, non troppo lontani sono gli esempi di Gerson e Gabigol, rispettivamente arrivati alla Roma e all’Inter per 19 e 29 milioni di euro. Marcos Antonio Silva ha impedito per due volte che suo figlio Gerson andasse prima in prestito al Frosinone, preferendo un rientro di sei mesi alla Fluminense, e poi fece saltare tutto nel corso dello scorso inverno con il Lille per una commissione ritenuta non sufficientemente adeguata. Di contro c’è Valdemir Silva Almeida che giudicava scarso il minutaggio di Gabigol in nerazzurro e dopo la sconfitta casalinga contro la Sampdoria lanciò un messaggio a Pioli attraverso i social network: “Lo ha detto il saggio, la voce del popolo è la voce di Dio”. Il tutto accompagnato da un video di applausi scroscianti all’ingresso in campo a San Siro del figlio. Insomma gli inserimenti dei parenti all’interno delle questioni di club si fanno sempre più insistenti come a dire: “I panni sporchi si lavano in famiglia”. Vero il detto, ma non applicabile al mondo del pallone.