Francesco Cavallini

Alla fine della giostra, Leo Messi c’è. Nel momento più difficile, quando un popolo intero sta vedendo le streghe. Lui, il fenomeno del calcio mondiale, che quando indossa la camiseta albiceleste diventa quasi uno dei tanti, al punto che molti in Argentina si permettono di criticarlo. Perchè non ha senso essere il migliore di tutti con il Barcellona e poi fallire puntualmente gli appuntamenti importanti in Nazionale. Stavolta no, fallire non era un’opzione, nè per gli uomini di Sampaoli nè per il loro capitano. Che li prende per mano e li trascina, quasi di forza, sul volo per la Russia. Uno, due, tre, a ribaltare l’uno a zero dell’Ecuador arrivato al primo minuto, anzi, dopo neanche quaranta secondi. Con il baratro a un passo, Messi si è risvegliato. 

Tanta garra per la Pulce

In questo 2017 la Pulce non aveva ancora segnato su azione con la maglia dell’Argentina. Beh, se li è tenuti tutti per la partita giusta. E ci ha messo tutto, tutto quello che di solito gli viene imputato di non avere, almeno con la Seleccion. La rabbia di prendersi il pallone e riportarlo a centrocampo dopo l’uno a uno, la garra di vincere quasi più contrasti in una notte che in carriera, los cojones (i puristi ci perdoneranno) di prendersi la responsabilità di guidare con l’esempio i compagni. È uno show quello di Messi, che se il primo gol lo realizza con l’ausilio di Di Maria, per il resto fa tutto da solo, partendo, puntando l’uomo, saltandolo e tirando, sempre in punti dove il malcapitato portiere dell’Ecuador non può arrivare.

Messi trascina un’Argentina in preda alla paura

Un Mondiale senza Leo Messi era quasi inimmaginabile, più o meno come pensare di arrivare in Russia senza l’Argentina. In una stagione povera di risultati di squadra, quelli che hanno sempre contraddistinto la carriera del ragazzo di Rosario, la Pulce si è riscoperta (anche nella Liga) singolo inarrestabile, seppure a causa delle lacune di chi lo circonda in Nazionale. Una Nazionale impaurita, un po’ come quella della Bombonera, che ha avuto bisogno che il suo capitano togliesse le castagne dal fuoco per ben tre volte. A Quito il fiato manca per definizione, ma mai come all’Albiceleste, che sembra in apnea, sbuffa, soffre e che solo quando capisce che stavolta l’alieno c’è, e ce l’ha in campo l’Argentina, riesce a tirare un sospiro di sollievo.

È la fine di un incubo?

E nella sera in cui anche l’eterno rivale Cristiano Ronaldo stacca il pass diretto per il Mondiale a spese della Svizzera, Messi non si fa certo trovare impreparato. E compie i primi tre passi verso l’ultimo step di una carriera per certi versi inarrivabile: la consacrazione a livello di Nazionale. Inutile girarci intorno, è l’unica cosa che manca al numero 10. Che sembrava soffrire di una strana sindrome, capace di trasformare il cinque volte Pallone d’Oro in uno come gli altri, capace di sbagliare e di avere paura. Fino ai novanta minuti in Ecuador. Ma d’altronde, seppur in un altro contesto, il secondo argentino più famoso al mondo (quelli che sta di casa in Vaticano), lo aveva detto: Dio non delude mai. E da Buenos Aires a Cordoba, da Rosario a Ushuaia, tutto il popolo della pampa può tirare fuori la sua immagine votiva. Quella della Pulce con sulle spalle il numero 10. Che l’impossibile l’ha già fatto e per i miracoli si sta evidentemente attrezzando.