Francesco Cavallini

Non è un caso che numero uno sia un’espressione usata per complimentarsi. Si parla del primo della lista, dell’elemento di spicco, quello irrinunciabile. E una squadra di calcio senza un portiere, beh, non fa una bella fine. Certo, con le nuove regolamentazioni più di qualche buontempone (De Guzman?) ha ben pensato di indossare la maglia numero 1 pur essendo un giocatore di movimento, ma nell’immaginario collettivo l’uno è associato ai guantoni. Alle uscite, alte e basse. Ai riflessi felini in grado di permettere voli che le leggi delle fisica vorrebbero impedire. Alla solitudine dell’estremo difensore, che è estremo per un ottimo motivo, perchè se superano lui, il gol è pressochè certo.

Dino Zoff intervista

Dino Zoff con la coppa del mondo 1982

Si dice che per fare il portiere, e per indossare quel numero, sia necessaria una sana dose di follia. Non ditelo a Dino Zoff, che numero uno lo è stato per una vita. Lui è l’eccezione che conferma la regola. Taciturno, composto, mai una parola o un atteggiamento fuori posto. Quasi più un numero sei, ma se sei l’unico della squadra che può prendere la palla con le mani, di solito libero non ti ci fanno giocare. A meno che tu non sia Manuel Neuer, che a fare un paio di rapidi calcoli forse è un 3,5, sospeso com’è tra la linea della sua porta e quella di metà campo, pronto a spericolati anticipi e letture che farebbero invidia all’Armando Picchi dei tempi belli, ma capace di volare da un palo all’altro con una leggiadria degna di Jašin.

Lev Jašin in allenamento

Ah, il Ragno Nero. L’unico portiere a cui sia stato concesso l’onore di alzare il Pallone d’Oro. Il padre putativo di tutti i moderni numeri uno. Quello che guida la difesa, i movimenti e le marcature, che passa la partita a stordire i compagni di retroguardia a suon di urlacci più o meno comprensibili. Quello che all’occorrenza esce anche dalla sua area, perchè quel pallone vagante non finirà certo in tribuna da solo. Moderno, ma anche antico. Antico come la volontà di essere e non di apparire. Niente voli per i fotografi o pose plastiche su tiri innocui. L’essenziale. La posizione, i riflessi. Il numero uno…dei numeri uno.

Luis Chilavert con la fascia di capitano del Paraguay

C’è chi all’uno ha voluto aggiungere uno zero, trasformandosi in un dieci. E vaglielo a spiegare a José Luis Chilavert che quella punizione dal limite lui non può batterla. Che se gli avversari recuperano la sfera possono essere dolori. Com’era la storia della follia? Ecco, mai litigare con un portiere. Soprattutto se è sudamericano e particolarmente robusto. Come El Mono Burgos, che del numero uno ha mantenuto l’irascibilità anche da vice allenatore. Difficile immaginare un ex calciatore di movimento minacciare Mourinho di staccargli la testa. Rispetto e fiducia. Questo è il mantra.

Il rispetto che incuteva Peter

Peter Schmeichel, monumento dello United

forse anche dall’alto della sua stazza. Uno capace di tener testa a Roy Keane, non esattamente il capo degli orsetti gommosi. O la fiducia illimitata che i suoi compagni nutrono per Gigi Buffon, al quale chiunque, alla Juventus o in nazionale, affiderebbe ciecamente ciò che di più caro ha al mondo. La stessa fiducia che Brian Clough voleva poter riporre nel proprio portiere, al punto di spendere una cifra spropositata per portare Peter Shilton al Nottingham Forest, con la consapevolezza che un fortunato attaccante in grado di saltare i difensori si sarebbe comunque trovato di fronte un muro invalicabile.

Uno, anche perchè il portiere è da solo. Quando para e quando sbaglia. Controllare male un pallone non sarà mai grave quanto non bloccare un tiro. Basta un attimo di distrazione, un rimbalzo malandrino, e tutto il peso del mondo cade sulle tue spalle, le tue e non quelle di altri. Ci vuole coraggio a fare l’estremo difensore. A mettersi in gioco, ogni santa partita, per novanta minuti. Bisogna essere tosti. Attenti. E volendo, anche un po’ folli. Insomma, dei veri numeri uno. D’altronde se la numerazione inizia dal portiere, un motivo ci sarà pure!