Redazione

Passeggiata per le vie della memoria per Lucas Biglia, che nella prima presenza assoluta in Serie A con la maglia del Milan si ritrova, casualità, contro la sua ex squadra. Quattro anni all’Olimpico da guida e capitano della Lazio, novanta minuti da avversario. L’addio non è stato esattamente idilliaco ed è facile immaginare un’accoglienza al vetriolo, sia da parte dei tifosi che degli ex compagni. Che conoscono a menadito pregi e difetti dell’argentino e che, guidati da Simone Inzaghi, avranno di certo preparato un bentornato particolare al centrocampista rossonero.

Guardare al futuro…a trentun’anni

Difficile non guardare al passato, ma gli occhi di Biglia sono rivolti al futuro. Il che sembra un po’ un controsenso per un calciatore di trentuno anni, età che suggerisce pensieri più rivolti alla fine della propria carriera che al campo. Ma questo calcio regala delle lezioni importanti e degli esempi da cui trarre ispirazione. Le zolle di San Siro, ad esempio, sono state a lungo calpestate dal piede divino di Andrea Pirlo. Che poi è stato poco cerimoniosamente scaricato, giusto dopo aver spento trentadue candeline. Errore, grosso errore, perchè la splendida storia calcistica del metronomo bresciano è continuata, stavolta con la maglia della Juventus.

Nuovo regista per un nuovo Milan

E quindi, se la Storia è maestra di vita, la lezione a Milano l’hanno capita e anche bene. E infatti, nel faraonico mercato 2017/18, per il ruolo cardine del nuovo Milan di Montella si è optato per un uomo di esperienza. Biglia, appunto, il cui compito sarà dettare i tempi, creare spazi e far girare alla perfezione la macchina del Diavolo. Insomma, applicarsi nell’arte della regia, che Pirlo ha padroneggiato nella Scala del Calcio per un decennio e che, dopo l’addio del Campione del Mondo 2006, non ha più avuto interpreti di rilievo in maglia rossonera.

Ambizione e voglia di rivincita

Una responsabilità importante, a cui l’argentino non può e non vuole sottrarsi. L’addio alla Lazio, amaro finale di una bella storia d’amore, è stato motivato proprio dalla volontà di mettersi in gioco, di lanciarsi a capofitto nel football dei grandissimi, frequentato solo grazie alla nazionale, scommettendo su se stessi e sul nuovo Milan. L’ambizione è un motore forte, in grado di influenzare le prestazioni e a vincere anche limiti fisici apparentemente insormontabili. E c’è anche la voglia di dimostrare che i prossimi anni non saranno semplicemente gli ultimi di una carriera, ma anche i migliori. Di urlare al mondo che Lucas Biglia non è un calciatore finito, come sostiene qualcuno. Il primo palcoscenico è ben conosciuto. È indubbio, ci saranno fischi. Ma per ogni regista che si rispetti, qualche critica è il prezzo da pagare.