Redazione

È strano. È strano vedere Leonardo Bonucci con la fascia da capitano. Con una maglia a strisce, che bianconera non è. Tre mesi fa, anche solo dipingere uno scenario del genere sarebbe sembrato follia. Bonucci, la stella della Juventus, uno di quelli in cui il pubblico bianconero più si identificava. Quello dei gol importanti, della grinta, dell’impostazione precisa dalle retrovie. Lontano da Torino? Neanche a pensarci. Al Milan? Fantascienza pura. Ma il mondo del calcio è quello che è e le sorprese sono all’ordine del giorno. E quindi il numero 19 è lì, a guidare il nuovo Milan verso un futuro ancora tutto da costruire. Strano, ma vero.

A Milano un altro Bonucci

È strano però vedere questo Bonucci. Distratto, impreciso, un Bonucci, insomma, che Bonucci non è. Chiusure in ritardo, interventi scomposti, non esattamente quello che ci si aspetta (e che i milanisti si aspettavano) dal centrale della nazionale, unanimemente riconosciuto come uno dei migliori difensori del mondo. Che doveva cambiare gli equilibri, ma che ancora zoppica assieme ai suoi compagni di reparto. Reparto a cui non riesce a dare una fisionomia ben precisa, un senso degli automatismi, a renderlo impermeabile come la buona vecchia BBC. Strano, ma vero.

Una leadership non condivisa

Ed è strano, soprattutto, che la leadership di Bonucci non sia totalmente riconosciuta dallo spogliatoio. Strano? Beh, forse no. Entrare in casa d’altri e venire ricoperto di onori (e anche qualche onere) senza rispettare una qualsiasi gerarchia interna non è un ottimo biglietto da visita. Finchè i risultati sono arrivati, la questione non è stata neanche sfiorata. Alle prime difficoltà però i nodi sono venuti al pettine. Capitano del Milan. Sì. Vero capitano? Non ancora. E non importano le medaglie e le coppe sollevate con la Juventus, l’ammirazione convinta degli addetti ai lavori di tutto il mondo. Anche Leonardo Bonucci, il Generalissimo della difesa, i gradi se li deve meritare. Innamorati a Milano, cantava Memo Remigi. No, nonostante l’accoglienza da re, quella con la piazza non è ancora…la storia di un grande amore. Vero. E, forse, neanche troppo strano.