Francesco Paolo Traisci

Dopo il fatal rifiuto da parte del Gigione (e, soprattutto, del suo entourage) della sontuosa proposta di rinnovo del contratto formulata dalla nuova dirigenza del Milan “cinese”, per trattenere quella che veniva presentata come la bandiera del prossimo ventennio, tutti si interrogano sulle conseguenze di una eventuale stagione da “separato in casa” del portierone di Castellamare di Stabia. Cerchiamo di dare qualche risposta alla luce delle regole vigenti.

La regolamentazione dei contratti dei giovani calciatori

Innanzitutto una premessa: perché si è arrivati a tanto? Perché a suo tempo il Milan non ha legato a sé la sua giovane promessa con un contratto più lungo? Lo scrivemmo a suo tempo, in un’opinione relativa al professionismo minorile: perché prima della maggiore età non è giuridicamente possibile (e quindi un eventuale contratto in tal senso sarebbe nullo) per un atleta minorenne sottoscrivere (o far sottoscrivere dai propri genitori o da chi ne fa le veci) un contratto di durata superiore ai 3 anni. Peraltro, prima dei 16 anni, non è possibile sottoscrivere (o meglio, anche qui, far sottoscrivere) alcun contratto di lavoro subordinato sportivo, ossia un contratto da calciatore professionista. Ed allora, nel caso di Gigi, 16 più 3 fa 19: il contratto stipulato 2 anni fa al compimento del 16 anno andrà a scadenza alla fine della stagione in corso.

Donnarumma nella stagione 2009/2010

Secondo punto: nessuno può costringere un club a cedere un giocatore in pendenza di contratto,  nemmeno il giocatore stesso. D’altra parte, nessun club può costringere un giocatore a stipulare un nuovo contratto, prolungando la durata (ed eventualmente, modificando le condizioni di) quello precedente. Ed ancora, un giocatore per essere ceduto ad altra squadra e per essere tesserato con quest’ultima, deve prestare il proprio consenso, stipulando con la nuova squadra un nuovo contratto di prestazioni sportive.

Dopo la pronuncia Bosman e le successive regolamentazioni che l’hanno recepita, un giocatore dopo la scadenza del contratto, e quindi dopo la scadenza del vincolo con l’ultima società per la quale è stato tesserato,  è libero di stipulare un contratto con il club che più lo soddisfa. In buona sostanza, quindi, per cedere il cartellino di Donnarumma e avere una contropartita economica, il Milan deve farlo prima della scadenza contrattuale, altrimenti non avrà nulla da cedere e nulla entrerà nelle sue casse (salvo, eventualmente, il premio di formazione).

Diritti e doveri dei calciatori. Il Milan può mandare Donnarumma in tribuna?

E se Milan e Donnarumma non si accordano su di un’eventuale cessione? Se il Milan non trova un club al quale cedere il portiere di gradimento dello stesso (in altre parole, che stipuli con quest’ultimo un contratto che lo soddisfi economicamente)? Il giocatore rimarrà tesserato per il Milan anche per la prossima stagione in base al contratto in corso. Ma quali sono gli aspetti principali di questo contratto? Come e dove sono previsti i diritti ed i doveri che disciplinano questo rapporto contrattuale?

In particolare, il rapporto è regolato da tre fonti: innanzitutto dalla legge 91 del 1981; quella, per intenderci, che ha introdotto il contratto di professionismo sportivo nel nostro ordinamento e dalle sue successive modifiche. In secondo luogo, dal contratto di prestazione sportiva fra il singolo giocatore ed il club, in base al quale il primo viene tesserato per il secondo potendo partecipare alle competizioni alle quali quest’ultimo è iscritto. E infine, visto che in realtà quest’ultimo è redatto in base ad un contratto tipo, con la specifica solamente della durata del contratto e della entità e delle modalità di calcolo del corrispettivo, dall’accordo collettivo stipulato di volta in volta fra l’Associazione Italiana calciatori e la Lega calcio di appartenenza del club (quello attualmente in vigore è del 2012).

Donnarumma con la maglia del Milan

In quest’ultimo strumento, tipico della contrattazione collettiva nel diritto del lavoro, sono previsti, seppur in modo sintetico, i diritti ed i doveri delle parti. Nello specifico, la domanda che tutti si pongono è la seguente: può il Milan, volendo punire il giocatore, non farlo scendere in campo, mandandolo ogni domenica di campionato in tribuna ad assistere al gioco dei propri compagni? O, ancora, formulata a rovescio: il giocatore ha diritto a giocare sempre quando non è infortunato?

La risposta, sulla scorta del contratto collettivo, è che non c’è un diritto a giocare, perché le scelte di chi scende in campo sono di esclusiva competenza dell’allenatore. Quindi se l’esclusione è frutto di una scelta tecnica, insindacabile, è ammissibile; non sarebbe invece ammissibile l’esclusione a scopo punitivo imposta al tecnico dalla società. Ma come distinguere la scelta tecnica legittima da quella punitiva? È impossibile, a meno che non ci sia una esplicita ammissione da parte del tecnico stesso o della società. Quindi il Milan potrebbe, qualora il suo tecnico fosse d’accordo, lasciare che Donnarumma assista a tutto il campionato dalla tribuna di San Siro.

Il club può impedire a Donnarumma di allenarsi?

Seconda domanda: “Può il Milan rifiutare di far partecipare il giocatore alle sedute di allenamento ed alla preparazione?”. Qui la risposta è più complessa. La partecipazione agli allenamenti ed alla preparazione è configurata dall’art. 7 dell’accordo collettivo come un diritto/dovere di ogni calciatore sotto contratto, nei confronti della società. Il calciatore ha l’obbligo di partecipare ad entrambe a meno che non sia infortunato, ma ha anche il diritto (e la società ha l’obbligo di metterlo in condizione) di svolgere questa attività “con attrezzature idonee ed in un ambiente consono alla sua dignità professionale”.

Un futuro da separato in casa per il portierone della nazionale del prossimo ventennio? Non lo crediamo: Vedrete che dopo qualche giorno in cui le parti rimangono ferme sulle proprie posizioni intransigenti, una soluzione si troverà. Quella di separati in casa non conviene a nessuno!