Luigi Pellicone

Voglio, un giorno, conquistare quello che sognano tutti i romanisti. È la mia motivazione principale: far sì che possano gioire per un titolo”. Pensieri e parole di Monchi, mentre scambia opinioni con i tifosi nello spazio “Ask Monchi”.

Fosse facile, vincere: Roma, sponda giallorossa, prova  a declinare quel verbo senza successo da 3650 giorni. Quanto basta per creare aspettative enormi e infiammare, alle prime avversità, il cosiddetto “ambiente”. Cosa sarebbe l’ambiente? Un entità che aleggerebbe sulla città e la squadra e, che, secondo il giudizio di alcuni allenatori e calciatori, si insinua subdolamente fra le mura di Trigoria, rendendo “impossibile” vincere.

Un ambiente stimolante

Un concetto che accomuna molti, ma non tutti. E fra i “non tutti” c’è, per fortuna, il direttore sportivo giallorosso. Monchi non si scompone: il direttore sportivo ha trovato Roma esattamente come se l’è immaginata. Città grande, migliaia di voci che si rincorrono. Tanta pressione, parecchie esigenze, altrettante attese. Un cocktail che non lo spaventa. Affatto. Anzi, lo eccita. Lo invita alla sfida. L’ “ambiente”, per Monchi, è uno stimolo. Di più, una necessità. Chi è ambizioso deve sapersi misurare con la pressione di una piazza esigente. E se gli input arrivano da tifosi o mass media, ben vengano. Rappresentano uno sprone, più che un problema.

Eppure c’è chi non sopporta la pressione

Le responsabilità viaggiano di pari passo con gli obiettivi. Direttamente proporzionali al traguardo da raggiungere. Più si alza l’asticella, più si alza la pressione. Normale. Tranne per chi non riesce a sopportarlo. Allenatori e giocatori scappati a gambe levate, traditi dal nervosismo? Parecchi. Non ultimo, Luciano Spalletti. Il tecnico toscano si è pentito della propria scelta, sino al punto da rinnegarla. Il suo “non sarei mai dovuto tornare ad allenare la Roma” è la quintessenza dello “stress da ambiente”. Monchi vive la realtà romana in modo diametralmente opposto: lavora molto, come l’ex tecnico, ma prende le proprie decisioni senza badare alle pressioni esterne. Nessuna battaglia da vincere con giornalisti e tifosi. Piuttosto una missione da compiere: alzare al cielo un trofeo a maggio. La differenza più grande, evidentemente, è tutta qui.