Paolo Valenti

Nel ventunesimo secolo il calcio, col suo intrico sempre più ampio di conoscenze, relazioni e passaggi di denaro, è diventato uno degli strumenti più efficaci per la gestione della supremazia politica mondiale. Ne dà riscontro evidente quanto avvenuto lo scorso 10 aprile a New York, dove Stati Uniti, Messico e Canada hanno ufficialmente annunciato la loro candidatura congiunta per organizzare i Mondiali del 2026. Candidatura, a dire il vero, che non sorprende gli addetti ai lavori, che però, ragionevolmente, qualche dubbio l’avevano cominciato a coltivare dopo l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, le cui politiche protezionistiche e poco inclini alla collaborazione, nonché l’attitudine a porsi in termini conflittuali nei confronti dei vicini messicani, potevano far immaginare qualche opposizione ad un progetto al quale si lavora già da tempo e che punta all’affermazione definitiva del soccer negli USA.

Come è vissuto il calcio in Usa e Cina

Affermazione che porterebbe con sé, oltre che un valore sportivo, anche (soprattutto?) un incremento del giro d’affari di multinazionali, federazioni calcistiche, squadre di club e calciatori al quale lo stesso Donald Trump, in ogni caso fuori dalla scena politica internazionale nel 2026 pur nell’ipotesi di un secondo mandato, non avrebbe alcun interesse ad opporsi, anche in considerazione del ritorno di immagine che ha a livello mondiale un campionato a 48 squadre ben organizzato. Una logica evidente agli stessi cinesi che, con tutta probabilità, ospiteranno i mondiali successivi, quelli del 2030, raccogliendo un testimone che a Pechino auspicano essere non solo quello della leadership organizzativa di un evento globale. Vediamo, ad oggi, la situazione che vive il calcio all’interno dei due paesi dai quali dipendono in buona parte le sorti del mondo contemporaneo. Partendo dagli Stati Uniti, dove il football (pardon, il soccer, perché sotto la bandiera a stelle e strisce il football è quello che si gioca con la palla ovale) ha consolidato da qualche anno un ruolo mai avuto prima d’ora. A livello giovanile, il calcio è lo sport più praticato dai teenager americani e la nazionale femminile ha un ruolo di leadership assoluta, essendo campione del mondo in carica. Le franchigie partecipanti alla MLS sono in aumento, la media spettatori viaggia intorno alle 22.000 persone a partita (quanto la nostra serie A degli ultimi anni) e gli stadi sono nuovi e confortevoli, mentre la popolazione ispanica, in costante aumento, costituisce una base culturale solida sulla quale costruire interesse a livello di media, praticanti e sponsor. Un programma di sviluppo dei giovani, sia a livello federale che delle migliori squadre della MLS, mira a costruire giocatori in grado di garantire alla selezione una ribalta internazionale alla quale contribuiscono anche calciatori top che, seppure nella fase calante della carriera, supportano la crescita tecnica del movimento e la sua visibilità.

mondiali 2026

(ph. tratta da www.mlssoccer.com).

L’esempio più recente è quello di Bastian Schweinsteiger, approdato pochi giorni fa a Chicago e già protagonista nelle prime partite disputate. Il campionato del mondo del 2026, dando per scontato che verrà assegnato ai tre paesi che hanno presentato la candidatura congiunta, si differenzierà per gli Stati Uniti rispetto a quello del 1994 perché rappresenterà il mondiale dell’affermazione definitiva del soccer negli USA, mentre quello precedente doveva costituire la piattaforma di rilancio di un movimento che, dopo gli investimenti faraonici degli anni settanta, era miseramente fallito. E’ ardito, forse, pensare che la nazionale americana potrà anche imporsi a livello sportivo sul tetto del mondo. Ma se ci proveranno a Pechino per l’edizione successiva, perché non dovrebbe farci un pensierino anche Sunil Gulati?

guangzhou evergrande

Il Guangzhou Evergrande, campione di Cina per sei stagioni.

Passiamo così alla Cina e al suo presidente Xi Jinping che, oltre a essere un sincero appassionato di calcio, ha individuato in esso uno strumento primario per poter controllare le masse e veicolare l’espansione del suo paese in tutto il mondo. Prova ne sia l’acquisizione di Infront e di quote di partecipazione nelle società calcistiche di tutto il pianeta, nonché la speranza dichiarata che la nazionale cinese possa vincere il titolo mondiale nel giro di una quindicina d’anni. Che, guarda caso, cadranno proprio intorno al 2030, anno in cui da più parti si dice che sarà proprio Pechino a farsi carico dell’organizzazione della Coppa del Mondo. Appuntamento al quale la nazione non arriverà impreparata: in un documento rilasciato lo scorso anno dalla Chinese Football Association sono dettagliati i numeri precisi di un piano di sviluppo pluriennale con obiettivi di breve, medio e lungo termine che prevedono entro il 2020 la realizzazione di 20.000 centri di addestramento e 70.000 campi in tutto il paese. Per il 2030 il piano considera la presenza di un campo di calcio ogni 10.000 abitanti: per quel tempo i dirigenti cinesi, in maniera più realistica rispetto ai desideri di Xi Jinping, auspicano che la nazionale rossa possa essere la più forte del continente asiatico mentre, nei successivi vent’anni, la Cina dovrebbe essere una rappresentativa stabilmente competitiva ai massimi livelli dei tornei internazionali. Più precisamente “a first class football superpower”.
Insomma, la lotta per la supremazia geopolitica globale coinvolge pienamente anche il calcio che, per la sua natura sportiva ma anche economica, ha molto più interesse a unire piuttosto che a dividere. L’auspicio è quello di poter godere di campionati del mondo con nuovi protagonisti affiancati a vecchie sfide da raccontare, per tornare a riempire i notiziari di bandiere e inni nazionali che siano l’incipit di novanta minuti di passione e non le scenografie a corredo delle lugubri parate militari a cui abbiamo assistito in questi giorni.