Matteo Muoio

Il Manchester United è in finale di Europa League, dove affronterà i ragazzini terribili dell’Ajax. L’occasione per i Red Devils di tornare a vincere in Europa dopo 9 anni, per Mourinho di tornare grande dopo un’ultimo scorcio di carriera in chiaroscuro. Perché il campo racconta di uno Special One che ha perso lo scettro e su cui presa l’ombra di nuovo fenomeni del ruolo; emblematica, in questo senso, la delegittimazione subita dal pubblico dello Stamford Bridge lo scorso marzo, nella sfida tra United e Chelsea, con i suoi vecchi tifosi che gli cantavano ” You’re not special anymore”. Un passaggio di consegne con Conte nei cuori dei supporters Blues – che fino a 2 anni fa lo osannavano – e, in generale, nelle gerarchie dei top manager europei. Perché sì, nel 2015 ha vinto l’ultima Premier – con un Chelsea straordinario e nessuna rivale all’altezza – ma è da un po’ che il vate di Setùbal non sembra veramente protagonista, più degli uomini che manda in campo. Sensazione confermata anche dalla dialettica dal portoghese, mai così pacata, a tratti rassegnata. Ora ha l’occasione di tornare grande, di imporsi nuovamente in Europa dopo l’ épos nerazzurro e campagne poco felici tra Madrid e Londra.

Mourinho e Diego Costa ai tempi della seconda esperienza a Londra del tecnico portoghese.

In Coppa Uefa la genesi dello Special One

Ha la possibilità di farlo tornando alla dimensione iniziale, nella competizione che lo ha lanciato. L’Europa League si chiamava ancora Coppa Uefa quando Mourinho vi trionfò col Porto nel 2003. L’Europa lo conobbe così, l’Italia in particolare, in virtù dei 4 gol rifilati alla Lazio di Mancini al do Dragão nella semifinale d’andata. Era il Porto dell’intramontabile Vìtor Baìa, di Carvalho e Deco, di Alenichev e Maniche. Era soprattutto il suo Porto, il primo prototipo di cura Morinho, quella che fa rendere i calciatori al 120%, pronti a versare sangue per il proprio allenatore. La finale di Siviglia, all’Olìmpico della Cartuja, venne decisa ai supplementari dal brasiliano Derlei dopo il 2-2 dei 90′. Per i portoghesi si trattava del primo successo nella competizione, il secondo in Europa dopo la Champions ’86-’87, per Mou del primo titolo in carriera. Qualche giorno dopo avrebbe trionfato pure in Primeira Liga e coppa nazionale. Il primo triplete della carriera. Con lui iniziava ad imporsi la figura del concept trainer, dell’allenatore con scarsa esperienza di campo, formatosi sui libri – Mourinho è laureato in Scienze Motorie, ha insegnato educazione fisica per diversi anni – e sull’analisi della materia calcistica, approfondita nelle esperienze da assistente tra Rio Ave, Belenenses – agli ordini del padre -, Estrela Amadora e quelle con Bobby Robson, conosciuto a Lisbona e seguito a Oporto e Barcellona. Nel 2003-2004 riuscì nell’impresa Champions, consumatasi nella notte di Gelsenkirchen che vide i dragões demolire il Monaco; sei in due anni vinci Coppa Uefa e Champions sei un fenomeno della panchina, se ci riesci col Porto sei lo Special One. Così si presentò al Chelsea nell’estate 2004, quando Abramovich lo scelse per guidare il primo ciclo vincente della sua gestione. Due Premier e tre Coppe di Lega prima di scrivere la storia col triplete interista del 2009-2010. A Madrid il ricordo non è indelebile, quantomeno può vantarsi di aver vinto l’ultima Liga della storia merengue, datata 2012.  Anche la seconda esperienza al Chelsea non ha emozionato come la prima, nonostante una Premier e una Coppa di Lega.

Mourinho e Deco durante la premiazione della Champions 2004

A MANCHESTER
Ha accettato la sfida United, dove un manager all’altezza manca dall’addio di Ferguson. Lui è una scelta di Sir Alex, che già nel 2012 aveva fatto il suo nome. Una sfida complicata, nonostante il budget praticamente illimitato a disposizione. Perchè lo United buona parte dei soldi spesi negli ultimi anni li ha investiti male, e la squadra mostra squilibri strutturali evidenti. L’imbarazzante abbondanza di fenomeni tra trequarti e attacco stona con i buchi in difesa e mediana, con Pogba che ancora digerisce a fatica il diktat di limitare gli inserimenti offensivi. Mourinho quest’anno ha chiesto più volte gli straordinari al 35enne Carrick, ad esempio, e si è dovuto inventare Valencia terzino. La sua squadra quest’anno si è retta più che altro sul carisma di Ibra, che in finale non ci sarà, e sulle invenzioni dei singoli.  Il sesto posto in campionato è quasi deprimente, il cammino in Europa League sa di minimo sindacale vista la differenza di spessore, budget e qualità con qualsiasi altra concorrente. I Red Devils poi non hanno impressionato né ai quarti con l’Anderlecht né in semifinale col Celta, e se ieri sera, al 96′, la premiata ditta Beauvue-Guidetti l’avesse buttata dentro, oggi staremmo parlando di un fallimento clamoroso. Comunque, a febbraio è arrivata la vittoria in Coppa di Lega e un eventuale trionfo in Europa League darebbe tutto un altro sapore alla stagione. C’è un qualcosa di eterno ritorno Nietzschano nel pensiero che per tornare a brillare Mourinho debba ripassare dal via, dal suo via. Lui vuole dimostrare di essere ancora il numero uno, anzi, lo Special One, e per farlo deve innanzitutto portare a casa questa Europa League. Ricominciare da dove si è iniziato.