Francesco Cavallini

I riconoscimenti all’ottimo lavoro fatto da Maurizio Sarri non sono mai mancati. Da quando è alla guida del Napoli, il tecnico toscano è costantemente in cima (o nei pressi della cima) di classifiche, premi e sondaggi, sia in Italia che in Europa. E per il suo lavoro sul campo, metodico ed efficace, ogni singolo elogio pare essere più che meritato. Il Napoli gioca bene, vince e anche quando non porta a casa il risultato è un’entità tecnico-tattica quasi sempre riconoscibile. Il Sarri allenatore, quello che organizza gli schemi e la manovra, sembra avere pochi rivali. Ma c’è l’altra faccia del mestiere del tecnico. Che non può permettersi di essere solo allenatore ma, soprattutto quando ha in mano una grande squadra, deve anche saper gestire gli uomini che ha a disposizione. E qui spesso Sarri è inciampato. Soprattutto in Champions, la competizione che nella stagione in corso ha sottolineato maggiormente queste lacune.

Sarri e il turnover

Il vero cruccio di Maurizio Sarri. Che non sopporta le pause per le nazionali, non apprezza i calendari con partite troppo attaccate, ma soprattutto odia il turnover. Il motivo è presto trovato: a volte la necessità di ruotare gli uomini a disposizione (per stanchezza, ma anche per semplici equilibri di spogliatoio) ha mandato in tilt la macchina azzurra. Che gioca a memoria, trovando soluzioni e distanze in campo quasi ad occhi chiusi e che per questo funziona al 100% se gli interpreti sono quelli più collaudati.

Uno o due cambi disturbano l’alchimia fino ad un certo punto, ma quando il turnover diventa più pesante (nell’ordine delle tre-quattro pedine), gli ingranaggi a volte si incastrano. Spiegato quindi il motivo per cui il tecnico difficilmente cambia gli undici interpreti di base del suo schema. Ed ecco il celeberrimo cane che si morde la coda, perchè se le riserve non giocano spesso, continuerà comunque ad essere difficile che le rotazioni funzionino a dovere.

Sarri e le scelte di campo

Sia all’interno della singola partita che a lungo termine, alcune delle scelte di Sarri lasciano abbastanza spaesati. In Champions, ad esempio, al netto delle due sconfitte parzialmente preventivabili (ma non certo auspicabili) contro il City di Guardiola, tutta la differenza tra la qualificazione ed il terzo posto rischia di farla la partita di Kharkhiv, terminata con una sconfitta contro lo Shakhtar. In Ucraina il Napoli è sceso in campo con una formazione per tre undicesimi diversa da quella dei titolarissimi. La scelta che ha pagato di meno, probabilmente, è stata quella di tenere fuori Mertens e far giocare Milik.

E anche le stesse decisioni in corso d’opera lasciano aperti interrogativi. La sostituzione di Insigne con Allan nell’andata a Manchester, ad esempio, o l’ingresso di Rog invece di quello di Zielinski al ritorno non corrispondono al Sarri-pensiero di non adattare mai i calciatori in ruoli non propri. Per non parlare dello spostamento forzato di Hysaj sull’out mancino, causa infortunio di Ghoulam e assenza in panchina dell’altro terzino sinistro di ruolo, Mario Rui, finora utilizzato per ben tre minuti in quindici partite. Tutti questi cambi sono andati ad inficiare il vero punto di forza del Napoli, la perfetta sincronia delle catene laterali. L’inserimento di questo o di quel calciatore, non perfettamente “fidelizzato” al ruolo assegnatogli, crea piccole crepe nella macchina perfetta, che a volte (come accaduto dopo il crac dell’algerino contro il City) diventano vere e proprie falle.

Sarri e l’atteggiamento in Europa

Infine, vista la netta differenza tra il Napoli di campionato e quello di Champions, la domanda rischia di nascere spontanea. Ma l’Europa interessa davvero a Sarri? O il tecnico è intenzionato a fare all-in verso il sogno Scudetto, tralasciando una competizione che dà lustro ed entrate economiche, ma che, data la presenza di vere e proprie corazzate, è quasi impossibile portare a casa? Alcune delle scelte del tecnico e l’atteggiamento della squadra (soprattutto in Ucraina) lasciano qualche dubbio in proposito. Certo, anche la retrocessione in Europa League non aiuterebbe, anzi sposterebbe gli impegni al giovedì, avvicinandoli al campionato, ma permetterebbe al tecnico, come già accaduto in passato (stagione 2015/16), di schierare le riserve nei match continentali e preservare energie per la Serie A.

Insomma, tre indizi non fanno una prova, ma poco ci manca. Il Napoli è una squadra fortissima ed il suo allenatore è preparato e innovativo. Ma per competere con i grandissimi (come il maestro Guardiola, a cui Sarri si ispira), deve trasformarsi anche in gestore. Altrimenti la macchina, prima o poi, rischia di andare in panne.