Francesco Cavallini

Già ai nati negli anni Ottanta poteva risultare difficile comprendere il rispetto portato dalle tifoserie italiane a Nils Liedholm. Unanime, compatto, come fosse il nonno di tutto il calcio italiano. Figurarsi cosa possono saperne (nel senso letterale del termine) i giovani di oggi, che sono nati quando il Barone aveva smesso di allenare da un pezzo. Eppure, soprattutto a Milano (sponda rossonera) e a Roma (lato giallorosso), il culto di Liddas non smette di fare proseliti. Tra un post e un altro, ragazzi del 2000 condividono sui social le foto del tecnico svedese, citano i suoi leggendari aforismi e guardano con affetto, pur non avendolo mai visto su una panchina, a un uomo che ha rappresentato molto per tutto il movimento calcistico nazionale.

Normale. A tratti quasi logico. Tra il fattore tecnico e quello umano, di motivi per amare la figura di Nils Liedholm ce ne sono anche troppi. Il Barone era l’innovatore della fase difensiva, tra i primi ad adottare la difesa a zona nel nostro campionato. Era uno splendido comunicatore, con una capacità assurda di lanciare messaggi ben precisi, pur trincerandosi dietro quell’italiano sempre un po’ stentato (iocatore, sens’altro), nonostante cinque decenni passati nel bel Paese. Era il precursore del tiki-taka, che all’epoca era la ragnatela, secondo quel concetto secondo cui se la palla ce l’abbiamo noi, gli altri non possono segnare. Ma anche il santone scaramantico, quello preso amorevolmente in giro da Lino Banfi ne L’allenatore nel pallone, capace di portare la Roma in ritiro nel Nord Italia solo per recarsi dal suo mago personale a Busto Arsizio.

Un mix perfetto ed ecumenico. La tattica, la tecnica (chi non sapeva dare del tu al pallone era condannato a ore di battimuro), il carisma, la scaramanzia, persino l’oroscopo, secondo cui i migliori calciatori erano quelli della bilancia. Che poi il Barone fosse nato a inizio ottobre, doveva essere certamente una strana coincidenza. Sereno, compassato, all’apparenza algido come la Svezia che gli ha dato i natali, ma sotto sotto caldo e passionale come l’Italia che lo ha adottato. Bianco come la neve e rosso come il vino, l’altra sua grande passione. Un fenomeno vero, unico, capace di farsi seguire dai suoi calciatori oltre ogni limite, e un finissimo psicologo, nei rapporti personali e di squadra.

Basta tutto questo, oltre a risultati eccezionali con Milan e Roma, per confermarsi leggenda anche nel nuovo millennio? Certo. In ogni grande allenatore odierno, c’è qualcosa di Liedholm. Nel possesso palla di Guardiola, nella capacità di creare il gruppo tipica di Mourinho, nel pragmatico Zidane e nello stralunato Klopp. Liedholm è nella storia del calcio e la sua epopea continua ad essere trasmessa di padre in figlio, come i dischi dei Beatles o i film di Alberto Sordi. Farebbe bene nel calcio di oggi? Probabile. Nonostante le differenze fisiche e tattiche, attraverso la sua capacità di adattarsi a qualsiasi situazione, di trovarne sempre il lato positivo e trasformare le difficoltà in opportunità, il Barone avrebbe saputo fare la differenza.

E in fondo, anche se non fosse riuscito a stare dietro a questo nuovo football, fatto di VAR e di social network, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Il mito non ne sarebbe rimasto scalfito. Come quando, a metà degli anni Novanta, Liedholm decise di sedersi per l’ultima volta in panchina, per aiutare la sua Roma in una stagione complicata. Risultati pessimi, una vittoria, due pareggi e ben cinque sconfitte. Eppure, anche la tifoseria giallorossa, non certo la più paziente d’Italia, non fece un fiato. E ai bambini, che non capivano come mai quel signore così strano non potesse essere criticato come il suo predecessore, i genitori rispondevano: questione di rispetto. E cominciavano a raccontare la storia di Liddas. La stessa che oggi quei bambini raccontano ai propri figli.