Francesco Cavallini

Ho parlato con 4-5 grandi allenatori e sono tutti impegnati. La conferenza stampa di Carlo Tavecchio che ha seguito le sue dimissioni, tra excursus in francese e qualche attacco a Malagò, lascia anche una verità sottaciuta ma importante. La panchina dell’Italia non attira, almeno non più come una volta. Di tecnici dal curriculum importante, disposti a rinunciare alla propria posizione nei club per prendere in mano la nazionale azzurra, in giro non ce ne sono. Ma, indipendentemente dal futuro della Federcalcio, la scelta del sostituto di Ventura sarà parte fondamentale del rinnovamento del calcio italiano. E se rivoluzione deve essere, perchè non infrangere l’ultimo dei tabù e, dopo 107 anni, ingaggiare un tecnico straniero? Se gli italiani sono troppo impegnati, forse qualcuno che arriva da fuori potrebbe gradire l’offerta…

Hiddink per la Nazionale? No, grazie

E anche i bookmakers (soprattutto quelli esteri) si sono scatenati alla ricerca del nuovo CT azzurro. Tra i nomi che vanno per la maggiore, nonostante il rifiuto a Tavecchio, c’è quello di Carlo Ancelotti, ma spunta anche qualcuno che il passaporto tricolore non ce l’ha. Gli inglesi, probabilmente più per abitudine che per reali possibilità, ritengono che la nuova gestione della FIGC potrebbe affidare la panchina all’olandese Guus Hiddink. A parte che il tecnico ex Chelsea viene nominato ogni qual volta c’è un posto vacante, ma il ricordo delle sue squadre (e in particolare della Corea del Sud al Mondiale 2002) dovrebbe allontanare immediatamente l’idea che gli si possa dare in mano l’Italia, soprattutto in un momento di ricostruzione generale. Detto ciò, restano in lizza due “stranieri”, che dalla loro hanno un’esperienza in panchina nel nostro campionato e soprattutto un profilo più in linea con le aspettative.

Fare come la Spagna…

Se l’idea è quella di fare come la Spagna, il nome perfetto potrebbe essere quello dell’asturiano Luis Enrique, già allenatore della prima Roma americana e capace di centrare il triplete con il Barcellona. Un tecnico preparato, più che abituato a lavorare con i grandi campioni e che, soprattutto, dai tempi dell’esperienza nella Capitale ha imparato più a gestire che ad allenare. Il lavoro giornaliero è ancora fondamentale per Luigino (come veniva chiamato a Roma), ma l’ex tuttocampista ha affinato alcuni lati della propria personalità, dimostrandosi meno testardo e più disposto al compromesso di quanto non fosse quando era in Italia. Controindicazioni? Forse lo stipendio, ma anche una scuola calcistica tricolore che probabilmente non è così adatta al tiki-taka. Luis Enrique rischierebbe di avere un numero limitato di giocatori in grado di interpretare il suo calcio ed un raffreddore di troppo potrebbe compromettere tutto.

…o optare per il Cholismo?

Se invece si vuole puntare su un altro tipo di calcio, fatto di grinta e impegno, che forse storicamente ci si addice anche di più, il nome giusto può diventare quello di Diego Pablo Simeone. Il Cholo è a Madrid (sponda Atletico) da una vita, ma il suo ciclo entusiasmante e vincente sembra essere arrivato ai titoli di coda. Lo cercano in molti, anche nel nostro paese, ma se chiamasse l’Italia l’argentino potrebbe anche decidere di tentare l’esperienza in una nazionale, anche perchè può essere propedeutica a guidare un giorno l’Albiceleste. Applicare il cholismo alla squadra azzurra è fattibile? A ben vedere sì, perchè il CT che ha preceduto Ventura (cioè Conte) è più assimilabile alla scuola Simeone che a quella di Guardiola e i risultati, nonostante una rosa forse più debole di quella odierna, sono stati buoni. Anche qui c’è qualche controindicazione a livello economico, ma soprattutto per quello che riguarda il lavoro sul campo. Per creare i suoi soldati, il Cholo ha bisogno di tempo. Che quando si guida una nazionale, spesso manca.

Insomma, un’opzione improponibile e due difficili, ma in fondo attuabili. Alla fine si opterà quasi certamente per un tecnico italiano, ma già l’idea che per la nazionale si possa anche guardare oltre frontiera rappresenta una novità pressoché assoluta per il calcio tricolore. Del resto, si dice spesso che gli stranieri vengono a prendersi i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Ma che il Commissario Tecnico dell’Italia fosse uno di quei mestieri, beh, forse non ce lo aspettavamo.