Luigi Pellicone

Pallotta e Totti. Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, prepara la guerra. Oggi come allora Roma è sempre uguale a sé stessa. Serviva uno scontro per arrivare a una soluzione accettata da tutti. Bene, il conflitto è finito. Lo strappo ricucito. Pace o armistizio? Poco importa. Vince la Ragion di Stato.

Il compromesso storico

Si stringe all’Hotel de Russie, centro di gravità permanente di mr President. Qui, il numero uno e il numero dieci si sono incontrati per sancire i trattati di pace. La diplomazia, del resto, era al lavoro da diverse settimane. Prima dell’incontro era necessario avvicinare posizioni distanti e, all’apparenza, inconciliabili: Pallotta considera Totti il simbolo della Roma nel senso pieno del termine, ma lo interpreta, alla “american way”. Totti ambasciatore, uno e trino: icona, elemento da show-biz e merchandising. Una bandiera da sventolare in giro per il mondo, da consegnare ai tifosi adoranti a caccia di selfie e autografi e disposti ad acquistare maglie e qualsiasi altro souvenir griffato dal numero 10. Totti, invece, ha una considerazione diversa sia di sé stesso, che del ruolo da dirigente: il suo concetto di bandiera è lontano anni luce dall’idea di presenziare ai grandi eventi, o viaggiare in giro per i Roma Club del mondo a tagliare nastri e stringere mani. Totti si sente un uomo di campo. E vuole restarci. Seppur in giacca e cravatta, purché con un ruolo preciso, attivo.

Totti e Pallotta

Totti e pallotta si stringono la mano fuori dall’Hotel

Importante che i due si siano capiti

E meno male. La stretta di mano è un toccasana per un ambiente destinato, adesso, a ricompattarsi, dopo mesi di lotte intestine che hanno corroso, sino a spaccarla in due, la tifoseria: è l’inizio di una nuova era? L’unica certezza è che, dall’incontro, ci guadagnano tutti. In primis Pallotta. Mr president, a Roma, non è esattamente in testa nella hit parade delle simpatie. Anzi. Fatica ad entrare nel cuore della gente. Chi lo detesta, lo etichetta senza peraltro averne alcuna prova, come un parolaio. I più equilibrati lo osservano con rispetto, più che con ammirazione. Chi lo ama, è silenzioso, quindi travolto dal caos mediatico di chi lo odia.

Pallotta non meriterebbe questo trattamento

La sua cordata ha acquisito la Roma il 15 aprile 2011. Lui ne è divenuto presidente ad agosto dell’anno successivo, all’alba della infausta stagione 2012/2013. Primo anno da presidente da non augurare nemmeno al peggior nemico. Sconfitto nel derby del 26 maggio. Una macchia trattata, lavata e cancellata dal rendimento di una squadra che, dal 2013/2014, non è scesa mai sotto il terzo posto. E allora. Perché queste critiche? Beh, Pallotta paga qualche dichiarazione sopra le righe, un paio di promesse sincere ma grosse, e soprattutto, pegno alla malasorte. Gli è mancato un pizzico di fortuna: il famoso episodio. Se avesse alzato, in questi anni, anche solo una coppa, molto, se non tutto, sarebbe cambiato.