Francesco Cavallini

Com’è umano lei…

In una delle sue frasi più famose, che di solito è rivolta a qualche altro personaggio, Paolo Villaggio sottolinea la più importante delle qualità della sua maschera più riuscita, quel Ragionier Ugo Fantozzi che ha accompagnato almeno tre generazioni. Accompagnato, non semplicemente fatto ridere, perchè le tragicomiche avventure dell’impiegato più bistrattato d’Italia nascondevano, neanche troppo velatamente, molti significati più profondi. Fantozzi è diventato parte integrante di noi, di ognuno di noi. Perchè? Perchè in fondo, sebbene gli piacesse ripeterlo agli altri, il più umano di tutti era proprio lui. Con tutti i pregi ed i difetti che caratterizzano la nostra fallace essenza. 

E tra le passioni sbandierate dal ragioniere, figlio un po’ di Svevo, un po’ di Pirandello e con in lui un pizzico di Ennio Flaiano, non poteva mancare lo sport, probabilmente la quintessenza (assieme alla guerra) delle pulsioni irrefrenabili del genere umano. Umano, come il tifoso che, non potendo vedere la partita spacca il vetro di una casa per capire chi avesse fatto palo. Palo poi, neanche gol, la jella nella jella, quella simboleggiata da quella nuvoletta personalizzata che Fantozzi rag. Ugo continua a portarsi appresso in ogni sua singola scampagnata. Fantozzi è l’italiano medio e pertanto ama lo sport, da vedere e da praticare.

Salta alla bersagliera su un sellino che non c’è nell’improbabile Coppa Cobram, si diletta in improbabili match di tennis in una intensa nebbia, è stato anche, parole sue, nella nazionale italiana di sci. Non perde mai occasione il buon ragioniere di entrare in agonistica competizione con chi lo circonda (peccato che spesso si tratti del povero Filini). Pensate a uno sport, Fantozzi lo ha praticato. Ha addirittura preso parte alle Olimpiadi. Poi che fossero quelle aziendali, questa è un’altra questione. Addirittura una volta, da Novello Fidippide, ha percorso la sacra distanza tra Maratona e Atene. Ok, si è dimenticato del risultato della battaglia, ma il punto, probabilmente, non era neanche quello.

E poi il calcio, la vera ed insostituibile passione di ogni italiano. Che sia sul campo, nel match più importante di sempre, la millenaria sfida tra scapoli e ammogliati, o seduto in poltrona con un programma che ognuno di noi è in grado di declamare a memoria (frittatona di cipolle, familiare di birra gelata, tifo indiavolato e rutto libero) e che tutti sogniamo di ripetere ogni qual volta la nostra squadra del cuore scende in campo. Fantozzi, come è giusto che sia, una squadra non ce l’ha, perchè tra le tante etichette che l’incredibile versatilità di Paolo Villaggio gli cuce addosso, quella del tifoso partigiano non gli deve appartenere. Il ragioniere siamo noi, tutti noi, e quindi, come tutti, tifa per l’Italia. Che, in pieno clima nuvoletta, non segna, ma prende il famoso palo a Wembley. Anche se, nel buio della sala del cineforum aziendale, qualcuno sostiene addirittura che sia in vantaggio per venti a zero. Sull’improbabile tabellino dei marcatori compare anche Dino Zoff, grazie ad una pazzesca incornata sugli sviluppi di un corner.

Fantozzi una squadra non ce l’ha, ma Villaggio sì. È la Samp, che l’attore genovese chiamava spesso la sua bambina, ricordando a tutti di essere più vecchio di ben quattordici anni della società blucerchiata. La Samp che, insieme a tutta Genova, oggi lo piange e lo ricorda con addosso la coccarda con i colori sociali mentre festeggia lo Scudetto del 1991. Lo saluta Ferrero, compagno di carriera sia nel cinema che nello sport, lo ricorda, con una foto assieme a Gianluca Vialli, Roberto Mancini, che oggi è proprio in Russia, dove una volta a dire che La Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca rischiavi di rimetterci le penne. Mancio e Vialli, proprio i due artefici dei trionfi della Sampdoria, la stessa che in queste ore, in puro stile fantozziano, si sta facendo rubare da sotto il naso Ilicic dopo averlo corteggiato per settimane. Neanche fosse la Signorina Silvani degli anni d’oro…

Paolo Villaggio probabilmente non gradirà tutta questa prosopopea nazional-popolare per ricordarlo. Non perchè fosse burbero e brontolone, ma perchè lo aveva già detto molto tempo fa. Sono inviperito per questa tendenza che esiste soprattutto in Italia […] di riconoscere i meriti degli artisti solo dopo la morte. Come se la morte nobilitasse! No, ragioniere, la questione è un’altra. La morte amplifica semplicemente il sentimento. E rende chi nella vita è stato grande subito leggenda. Anche e soprattuto se tra i tanti pregi e gli altrettanti difetti, non ha mai mancato, nemmeno un secondo, di essere maledettamente umano.

Allora che fa, ragionere? Batti? No. Purtroppo la partita è finita sul serio. Game, set, match. Ciao, Paolo.