Francesco Cavallini

A volte la storica accoppiata tra genio e sregolatezza non è abbastanza. Non basta a descrivere l’incandescente cocktail molotov che alcuni hanno dentro. Il genio c’è, è palese ed è innegabile, ben visibile al mondo, agli amici e anche ai nemici. Ma la sregolatezza ha un limite, quello legato intrinsecamente al proprio benessere fisico e mentale. Gli eccessi, nel bene o nel male, fanno parte della vita. Ma quando l’eccesso diventa la vita stessa, quando il già labile confine tra vera felicità e labile inebriamento non esiste più, allora la sregolatezza cambia nome. Diventa pura e semplice autodistruzione. E si rompe facilmente Paul Gascoigne, fragile come le ginocchia che per anni lo tormentano, umorale, imprevedibile ed incontenibile, in campo e fuori. Il 27 maggio Gazza compie cinquant’anni. Viste le ultime apparizioni, quasi un’impresa essere in grado di festeggiarli. E c’è da sperare che chi sarà con lui porti con sé un pallone da calcio. Quello sì, l’unico modo di vedere Paul sorridere davvero.

Paul Gascoigne, Peter Pan del calcio

Cuore d’oro, faccia di bronzo. L’argento è quello vivo che si porta addosso da sempre. È un ragazzo Paul Gascoigne, e sempre lo sarà, uno dei Peter Pan del calcio, giocatori capaci di magie impossibili con la palla tra i piedi ma spesso totalmente inadeguati nella vita. Non è mai cresciuto, o forse è cresciuto troppo presto. Figlio di un’Inghilterra, quella a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, carica di tensioni sociali e poi razziali, con la crisi economica che nel 1973 si abbatte come una scure su milioni di famiglie. Paul vive un po’ qui e un po’ lì, mai un luogo da chiamare veramente casa. L’unico vero porto sicuro è una sfera di cuoio, la sola cosa per cui valga la pena impegnarsi. O forse no, perchè nonostante il Newcastle decida di inserirlo nelle sue formazioni giovanili, Gascoigne non riesce a mettersi in forma. Il peso eccessivo ha tante motivazioni, che vanno dall’alcol ai disturbi psichici che lo colpiscono fin dalla tenera età. Eppure, nonostante una struttura fisica non esattamente da atleta, il ragazzo fa strada.

E non è difficile capire perchè. Il football per Gazza è la vita, l’unico scampolo di felicità in un’adolescenza segnata da lutti e piccole grandi difficoltà. E allora tutta la gioia che il giovane Paul ha dentro viene riposta nel piede destro, che tocca il pallone quasi a carezzarlo, prima di partire con un’accelerazione così fulminea che spesso i difensori non si capacitano di come un tale soldo di cacio (anche un po’ sovrappeso) possa correre così tanto. Gascoigne in teoria è un centrocampista, ma la classe e l’intuizione per la giocata geniale sono da numero dieci. Jack Charlton gli regala il debutto in First Division poco prima della maggiore età, poi arriva il contratto e quattro splendide stagioni sul fiume Tyne. In bianconero Gazza diventa una stella, guadagnandosi una fama enorme ed improvvisa. E, come spesso avviene, difficile da gestire, soprattutto se vieni da una storia familiare fatta di privazioni e sofferenze.

La famiglia, madre, padre e due sorelle, da sempre il cruccio di Paul, che decide di diventare professionista anche e soprattutto per dare stabilità economica ai suoi affetti più cari. Non è un mercenario, ma certe cose ti segnano e influenzano le tue scelte, soprattutto quelle più importanti. Come quella che Gazza fa nell’estate del 1988, quando dopo aver dato la sua parola a Sir Alex Ferguson, che vede in lui il futuro playmaker del suo Manchester United, firma con il Tottenham. Londra, città splendida ma insidiosa, soprattutto per chi, come Gascoigne, difficilmente riesce a stare lontano dall’alcol e dai guai che spesso scatena. Il campo comunque non ne risente, perchè gli Spurs raggiungono un sesto ed un terzo posto nelle prime due stagioni di Paul a White Hart Lane. Tra uno scherzo e un altro, le ottime prestazioni valgono a Gazza il pass per Italia ’90.

La prima delle sue esperienze del nostro paese è agrodolce, perchè la campagna inglese si infrange contro la Germania in semifinale, ma il ventitreenne con il numero 19 fa innamorare il mondo. Con i piedi, ma anche con il suo volto, con il classico sorriso beffardo del ragazzaccio che sa di averla fatta grossa, ma che in qualche maniera la passerà liscia. Come nei quarti contro il sorprendente Cameroon, quando un suo fallo in area rischia di costare caro alla nazionale di Sua Maestà. Peccato che nei supplementari il piccolo genio di Gateshead decida di illuminare due volte il cammino di Saint Gary Lineker verso l’area avversaria, prima con una punizione dalla trequarti e poi con un filtrante millimetrico dalla sua metà campo. In entrambi i casi l’attaccante viene falciato e dagli undici metri realizza con freddezza. La festa dei tifosi inglesi al San Paolo è enorme e viene amplificata dallo stesso Gazza, che si esibisce in un goffo balletto sotto la tribuna dei suoi supporter. È l’ultima risata, perchè durante la semifinale contro le Germania Paul rimedia un cartellino giallo che lo escluderebbe dalla finalissima. Il suo pianto disperato in mondovisione entra nella storia, ma sono lacrime inutili. A passare sono i tedeschi.

Il ritorno in patria è ancora più trionfale, con gli Spurs che il 18 maggio 1991, grazie a sei reti di Gazza, si presentano a Wembley per contendere la FA Cup al Nottingham Forest di Brian Clough. Nessuno ancora ne è a conoscenza, ma questa sarà l’ultima partita di Gascoigne con il Tottenham. Paul e gli Spurs si sono già accordati con la Lazio di Calleri, il centrocampista diventerà biancoceleste per circa venti miliardi di lire. Ma il destino la pensa diversamente, con un po’ di collaborazione dello stesso Gazza. Un tackle brutto, inutile e devastante manda in frantumi il crociato del ginocchio di Gascoigne. Peccato che il fallo l’abbia fatto lui, e che sulla punizione successiva il Forest passerà addirittura in vantaggio. Il Tottenham alla fine alza il trofeo, ma per il numero 8 è l’inizio di un lungo calvario. Saltano sia l’accordo con la Lazio che tutta la stagione 1991-92. Alla fine, dopo una telenovela durata quasi un anno, il neo presidente Cragnotti decide di portare comunque Gazza a Roma. Ed è qui che nasce una leggenda.

Esistono talmente tanti aneddoti su Paul Gascoigne nella Capitale che qualcuno si è preso addirittura la briga di scriverci un libro. Dal primo incontro con Cragnotti, salutato con un laconico tua figlia, grandi tette a quando, invitato da Zoff a sbrigarsi a scendere dalla stanza di albergo, prende l’ordine un po’ troppo alla lettera e si presenta come mamma l’ha fatto. La strana coppia Dino-Paul, tra mille scene degne di Stanlio e Ollio, funziona e la Lazio con la quinta posizione si aggiudica un posto in Coppa UEFA. Ma a cementare per sempre la figura di Gazza nel cuore dei tifosi laziali c’è una rete, LA rete di Gascoigne in maglia biancoceleste. Che poi, per inciso, è anche la prima. È il 29 novembre 1992 e la Roma sta per portare a casa il derby con un rocambolesco gol di Giannini. Ma al minuto ottantotto succede quel che non ti aspetti. Signori calcia una punizione dalla trequarti e nell’area giallorossa si staglia un piccolo grande gigante con la maglia numero dieci, che dal basso del suo metro e settantacinque supera i difensori avversari e di testa pareggia la partita. La corsa sotto la Nord con le braccia al cielo è immagine indelebile del calciatore e dell’uomo Gazza, che come sempre riesce a essere felice solo in prossimità di un campo di calcio.

Paul Gascoigne ai tempi della Lazio

La storia d’amore tra Paul e la Lazio dura tre stagioni, tra molti scherzi, qualche chilo di troppo ed un altro pessimo infortunio. Nonostante poche presenze (neanche 50) e molte meno reti di quanto ci si aspettasse (solo 6), Gazza resta comunque figura iconica della storia biancoceleste. E tanto affetto è ricambiato dall’inglese, che va via l’Italia per accasarsi ai Rangers, ma lascia per sempre un pezzettino di cuore a Roma. A Glasgow ritrova un ambiente certamente più familiare e, purtroppo, anche la bottiglia. Come al solito però, le prestazioni non sembrano risentirne granché. La stagione 1995-96 è quella del grande ritorno di Gascoigne, che si presenta ai suoi nuovi tifosi con una rete nel derby (evidentemente una specialità della casa) e trascina i Gers al titolo scozzese. Per la gioia sua e di tutti i tifosi inglesi, arriva persino la convocazione in nazionale. L’eroe di Italia ’90 torna per guidare i suoi nell’Europeo giocato in casa.

Tutto liscio? Macchè. Neanche è iniziata la preparazione, che scoppia subito una grana. Gli uomini di Sua Maestà alloggiano ad Hong Kong, all’epoca ancora colonia britannica, dopo un’amichevole in Cina. El Tel Terry Venables, conscio delle tentazioni offerte dalla metropoli, dà strette consegne ai suoi di non esagerare nelle loro scorribande. Il suo errore è quello di affidare il controllo della situazione a Bryan Robson, che in quanto ad amore per l’alcol non è secondo a nessuno. E quindi una allegra combriccola, che oltre a Gazza e Robbo tra gli altri include anche Tony Adams e (pare) Geri Halliwell, la Ginger Spice, si riversa in un bar adiacente all’albergo dei Tre Leoni. Quel che accade dopo include molte bevande alcoliche e una sedia da dentista, a cui i clienti vengono legati mentre il barman gli versa l’ordinazione direttamente in bocca. I calciatori ovviamente esagerano e nel volo di ritorno alcuni danno in escandescenze. La storia in qualche maniera arriva ai tabloid e buona parte della nazionale è messa sotto accusa prima ancora di aver giocato un minuto dell’Europeo.

Che finisce come finisce, cioè con l’ennesima eliminazione per mano della Germania, ma che regala l’ultimo vero lampo della classe immensa di Gazza, prima dell’inesorabile declino psicofisico. A farne le spese è la povera Scozia, avversaria degli inglesi nel girone A. Seaman ha appena parato un calcio di rigore a Gary McAllister e rilancia oltre la sua metà campo. Ne scaturisce una combinazione che libera Gascoigne verso la porta di Goram. Tra lui e l’estremo difensore scozzese c’è il povero Colin Hendry, che già sa che verrà superato, ma non immagina certo come. Sombrero di prima intenzione con il piede sinistro, difensore a terra, destro al volo e rete. Wembley è in delirio. Gazza si getta a terra al lato della porta, con tutti i compagni che lo circondano. McManaman ha in mano una borraccia e la svuota nella bocca del marcatore. Come sulla sedia da dentista. Gascoigne si rialza, riceve l’ovazione e l’amore incondizionato del suo pubblico. Sorride, con il suo ghigno da eterno bambino. È felice. Forse, per una delle ultime volte.

Il ritorno in Scozia, nonostante lo scherzetto all’Europeo, è trionfale. Ma si annida un tarlo nelle giornate di Paul. Alcol, sempre alcol, troppo alcol. Se ne accorge il suo allenatore, che gli consiglia di entrare in terapia. Se ne accorgono pian piano anche i tifosi britannici, che rivedono nel triste appassire di Gazza tra Glasgow, Middlesbrough e Liverpool, sponda Everton, la lenta agonia di George Best. Tentativi di disintossicazione, ricadute, rabbia improvvisa e altrettanto improvvisi pentimenti. La tragica vita dell’alcolista diventa la normalità per Gascoigne, che appende gli scarpini al chiodo nel 2002 dopo una brevissima esperienza in Cina e l’ultimo tentativo di recupero in una squadra di League Two. Da lì in poi, ogni comparsa del suo nome sui giornali non sarà più legata ad una rete splendida o a uno dei suoi scherzi a compagni o avversari, ma a arresti, ricoveri più o meno forzati o cause giudiziarie. Non sembra neanche giusto elencare i suoi guai, o dargli troppa importanza. La triste diagnosi di disturbo bipolare nel 2004 è la lapidaria conferma che un’infanzia sofferta ha imposto a Gazza un prezzo troppo alto e che il calcio l’ha fortunatamente aiutato a rallentare un processo che era comunque inarrestabile.

In ogni caso, nonostante la caduta negli inferi della depressione e della dipendenza, Paul Gascoigne arriva alla soglia dei cinquant’anni. Un’impresa, quasi un miracolo, per chi spesso negli ultimi tempi è stato etichettato come un dead man walking, un morto che cammina. Vorremmo dirgli cento di questi giorni, Paul, ma forse sarebbe un augurio poco apprezzato. E quindi non scegliamo il 27 maggio, ma il 30 dicembre 1994. Questo vogliamo sperare per Gazza, che ogni giorno, da oggi in poi, gli porti un sorriso. Che guardandosi allo specchio possa rivedere almeno per un attimo il ragazzo in maglia blu che, raccogliendo il cartellino caduto all’arbitro, lo sventola sotto il naso al direttore di gara, come l’alunno dispettoso che sul registro di classe scrive una nota comportamentale al suo insegnante. Sempre con il ghigno di chi sa benissimo di averla fatta grossa e con la consapevolezza (o forse la speranza) di farla, più o meno, comunque franca. Certo, il mondo non ha questo gran senso dell’umorismo, esattamente come il signor Smith. E quindi, come in quel match, un giallo ci sta. L’importante è non beccarsi mai un rosso. Perché come sul campo, anche nella vita c’è sempre un secondo tempo. E fino al triplice fischio tutto può accadere, anche la cosa più inaspettata. Soprattutto se di mezzo c’è Paul Gascoigne.