Francesco Cavallini

Elegante, compassato e sempre un po’ malinconico. Proprio come il Fado, genere musicale tipico del suo paese, il Portogallo, terra di navigatori e commercianti che da quindici anni a questa parte si è messa in testa di esportare anche allenatoriPaulo Manuel Carvalho de Sousa, che da calciatore ha frequentato i salotti buoni del football europeo (Benfica, Juventus, Borussia Dortmund e Inter), ha una sola certezza. La prossima stagione non sarà alla guida della Fiorentina. Troppo precario il rapporto con dirigenza e tifosi, un amore mai del tutto sbocciato nonostante la Viola sia stabilmente in zona Europa League da quando l’ex tecnico del Basilea ha preso le redini della squadra, con addirittura una sporadica apparizione in testa alla classifica nell’autunno 2015. Forse il divorzio è stato deciso troppo tardi, già dalla scorsa primavera si intuiva che la situazione non fosse particolarmente rosea. Eppure le due parti si sono reciprocamente date la possibilità di ritentare. Ma niente, il rapporto non decolla. E allora meglio lasciarsi e andare altrove, a cantare di un’altra storia finita male.

Non è la prima, non sarà certamente l’ultima. La storia di Paulo Sousa è una continua fuga, con più contratti rescissi che trofei. Intendiamoci, non che i secondi manchino. Le tre esperienze del portoghese che precedono quella a Firenze (Videoton, Maccabi Tel Aviv e Basilea) terminano tutte allo stesso modo, rottura consensuale del rapporto di lavoro, oltre che con almeno un pezzettino di argenteria nella bacheca del club. Ma Paulo Sousa, anche se vince, se ne va. Mai nella sua carriera da allenatore è rimasto per più di due stagioni alla guida della stessa squadra. E a ben vedere, neanche nella stessa nazione.

La grigia Inghilterra lo abbraccia giusto per ventuno mesi, dall’esordio sulla panchina del QPR di Briatore all’esonero subito dal Leicester che sarà un giorno di Ranieri. Nel mezzo, una buona annata in Galles, alla guida dello Swansea. Poi una stagione e mezza nell’impronunciabile Székesfehérvár, la città dei re, ma senza ottenere il titolo ungherese. Un altro addio improvviso, motivi familiari. Il mondo del calcio lo ritrova qualche mese dopo a Tel Aviv, dove porta il Maccabi sul tetto della Ligat ha’Al. Ma anche qui l’amore dura un attimo e nel giro di un anno un altro aereo deposita il portoghese a Basilea. Campionato svizzero, finale di coppa nazionale e ottavi di finale in Champions. Risultati da urlo, ma non abbastanza da fermarsi sulle Alpi. Arriva la Fiorentina, ed il resto lo conosciamo.

Sousa ai tempi del Basilea

Ed ora? Il pattern della carriera di Paulo Sousa sembra chiaramente indicare un altro trasloco, l’ennesima esperienza della sua storia da giramondo del pallone. Pare chiamarlo a gran voce la Germania, quella Dortmund che ha già conosciuto il Paulo Sousa calciatore, il regista elegante e compassato, dal fisico longilineo ma con una sovrumana resistenza alla fatica. Eppure stavolta il viaggio potrebbe essere molto più breve, 273 km casello-casello, passando per l’austostrada A1. O addirittura due comode ore di treno ad alta velocità, da Santa Maria Novella a Roma Termini. Già, perchè in un borsino più fluttuante dell’indice di Wall Street, il portoghese è al momento favorito (in una rosa di nomi che comprende anche Unai Emery ed Eusebio di Francesco) per la successione a Luciano I, anzi II, sulla panchina della squadra della Capitale.

Più di qualcuno lo ha avvistato in tribuna all’Olimpico durante Roma-Juventus con in mano il suo inseparabile blocco per appunti. A ogni azione una riga. Un disegno. Non fa granchè testo, dato che il metodico Sousa probabilmente prende nota di qualsiasi cosa, dall’assetto tattico di una squadra alla ricetta della carbonara. Ma è un segnale che la dirigenza giallorossa potrebbe effettivamente puntare su di lui in caso di addio di Spalletti. Il profilo dell’ormai quasi ex allenatore viola sembra infatti coniugare la voglia della Roma americana di scegliere un allenatore che faccia giocare bene le proprie squadre con la necessità sempre più impellente di non potersi più permettere scommesse o comunque manager che necessiterebbero di un periodo di ambientamento più o meno lungo al calcio italiano.

E quindi è il caso di capire se effettivamente Paulo Sousa può fare al caso dei giallorossi, se il suo credo tattico e gestionale sia adatto a squadra e ambiente e se dal punto di vista personale sia in grado di affrontare le continue pressioni che derivano dal sedersi sulla panchina della Roma. La prima constatazione da fare è che l’arrivo di Monchi spalanca le porte ad allenatori coraggiosi, che non abbiano paura di osare e di gettare nella mischia anche ragazzi con poca esperienza, cosa che Spalletti ha più o meno consciamente sempre accuratamente evitato di fare. Sousa fa parte di questa categoria, a Firenze devono a lui la definitiva consacrazione di Bernardeschi e l’esplosione di Chiesa.

Sousa-Fiorentina

Sousa e Bernardeschi

Inoltre la metodicità del tecnico lusitano ben si sposerebbe con quella del neo-DS, che si fida molto dei dati che lui ed il suo staff raccolgono per stilare i profili perfetti dei calciatori da acquistare. Un altro elemento che rende Paulo Sousa un buon sostituto per il tecnico di Certaldo è la sua duttilità tattica. Lo dimostra il fatto che la difesa a 3&1/2 (quella con Florenzi a destra) lanciata nella prima parte della stagione 2016-17 da Spalletti altro non è che un’interpretazione della novità introdotta da Sousa nel campionato precedente, quel continuo alternarsi tra 3-4-2-1 in fase di possesso e 4-4-1-1 quando la palla ce l’hanno gli altri. Ma le esperienze precedenti dimostrano che il portoghese non disdegna il 4-2-3-1 (Basilea), un 3-5-2 un po’ più tradizionale (Maccabi) e in caso di necessità i sempreverdi 4-3-3 e 4-4-2. Insomma, un profilo perfetto da associare agli esperimenti di Monchi sul mercato e per trovare a ogni calciatore della rosa la perfetta collocazione in uno scacchiere tattico molto fluido e aperto a modifiche anche radicali.

La maggior parte delle perplessità di tifosi e addetti ai lavori su un eventuale ingaggio del portoghese è legata alla personalità del tecnico, a cui vengono spesso imputate lacune caratteriali, le stesse che lo hanno portato in contrasto con la dirigenza nell’esperienza alla Fiorentina. D’altronde pare lecito nutrire qualche dubbio sulla capacità di gestire la pressione ambientale e societaria da parte di un allenatore che mediamente ogni anno e mezzo lascia un club di sua spontanea volontà. Interrogato al riguardo, Sousa sarà più felice di spiegare che ogni volta che ha abbandonato un progetto è stato perchè le promesse che gli erano state fatte (investimenti sul mercato, libertà di gestione dei calciatori, etc.) in sede di contratto non erano state mantenute da parte dei suoi datori di lavoro. Non esattamente un aziendalista quindi, o almeno uno che, esattamente come Spalletti, potrebbe non gradire affatto eventuali delusioni nel calciomercato giallorosso.

Dai suoi calciatori pare essere apprezzato e rispettato, complice anche una carriera ad altissimo livello, con due Champions League consecutive con le maglie di Juventus e Borussia. Nonostante ciò, più di qualcuno, soprattutto a Firenze, gli rimprovera qualche preferenza di troppo per i senatori del gruppo (in questo caso Borja Valero e Gonzalo Rodriguez) nei confronti delle giovani leve. Da valutare comunque il rapporto di Sousa con stelle di prima grandezza (vengono in mente De Rossi, Nainggolan o Dzeko). L’aria del tecnico lusitano sembra sempre un po’ remissiva e pacata, ma probabilmente Della Valle può tranquillamente testimoniare che quella dell’ex Basilea è una calma un po’ di facciata.

Paulo Sousa, attuale tecnico della Fiorentina

Passando ai nomi, presenti e futuri, da mettergli a disposizione, proprio il capitano della Viola Gonzalo Rodriguez, a scadenza tra qualche settimana, è uno dei nomi caldi per la difesa giallorossa per sostituire la pedina della retroguardia che con tutta probabilità sarà ceduta (l’indiziato resta Manolas, anche se il greco si è di fatto auto-tolto dal mercato). Ma se Sousa dovesse sedersi sulla panchina della Roma, i conti non tornerebbero comunque, dato che il portoghese schiererebbe tre centrali e Monchi dovrebbe quindi mettere comunque mano al portafogli per completare il reparto arretrato.

Le coppie di esterni del 3-4-2-1, uno con compiti più difensivi e l’altro con licenza di arare la fascia nella sua interezza, i giallorossi, salvo cessioni, potrebbero avercele già in casa (Florenzi-Mario Rui e El Shaarawy-Emerson Palmieri). A centrocampo Sousa ama giocare con il doppio regista e il roster attuale della mediana romanista garantisce qualità e quantità al punto giusto. Davanti Dzeko sarebbe una certezza, dato che la sua stazza ed il suo modo di giocare lo rendono una sorta di Kalinic fisicamente molto più prestante. Dietro di lui potrebbero agire Perotti e Salah, sempre che Nainggolan non decida di trasferirsi stabilmente sulla trequarti, costringendo magari l’egiziano ad agire da esterno.

Insomma, Sousa prende appunti sulla Roma e Monchi prende appunti su di lui. Chissà quale sarà il responso dei big data del Direttore Sportivo ex Siviglia. Se il profilo richiesto dovesse coincidere con il volto un po’ scavato del lusitano, per i giallorossi si aprirebbe una stagione a tempo di Fado, elegante e coinvolgente. All’allenatore portoghese l’arduo il compito di evitare la malinconia. Che è tipica del genere ma, soprattutto, particolarmente tipica della Roma.