Matteo Muoio

Paolo Sousa e la Fiorentina, un rapporto che si va lacerando. In campionato l’ottimo avvio di 2017 ha riavvicinato i gigliati alla zona Europa League, ma la discontinuità palesata quest’anno dai ragazzi di Sousa e il rendimento di alcune avversarie – Inter, Lazio, Atalanta – rende difficilmente ipotizzabile un piazzamento europeo. Poche le colpe da imputare al tecnico portoghese, che in estate non ha ricevuto rinforzi adeguati dal mercato, dovendo pure fare i conti con la partenza di Marcos Alonso, rimpiazzato con i carneadi Milic e Maxi Oliveira. A fine stagione, molto probabilmente, sarà addio: le ambizioni dell’ex Juve non collimano con i piani della dirigenza, che col ritorno – e l’operato – di Corvino ha deciso di gettare le basi per un progetto più sostenibile e a lunga scadenza. E’ arrivato qualche ammiccamento dalla Premier, da tempo se ne parla in ottica Juve qualora Allegri decidesse di abdicare; tenerlo in Italia sarebbe sicuramente un gran colpo per il nostro calcio. Fra i tecnici arrivati in A negli ultimi anni – dall’estero o dalle categorie inferiori – Paulo Sousa è quello che ha dato di più al campionato italiano in termini di idee ed innovazioni. Vi spieghiamo perché.

Sousa-Fiorentina

Sousa e Bernardeschi

Bernardeschi-Chiesa, le metamorfosi. Evoluzione del Bielsismo

Arrivato a Firenze, il portoghese ha deciso, saggiamente, di dare continuità al lavoro di Montella in termini di possesso palla e qualità del gioco; nuovi però l’assetto e l’interpretazione dei ruoli. Il 3-4-2-1 del tecnico viola è quanto di più interessante offra il nostro campionato dal punto di vista tattico. Fondamentale il quadrilatero di centrocampo formato dai due mediani e dai due trequartisti. In fase di non possesso si muovono insieme, in quella di possesso i centrali – preferibilmente Badelj e Vecino – rimangono più bassi consentendo ai trequartisti di formare una linea a 4 con i tornanti di centrocampo. Ecco, quando la Fiorentina ha la palla è disposta con un 3-2-4-1: un’evoluzione del 3-3-1-3 di matrice Bielsista. Probabilmente il credo tattico del Loco Bielsa non sarebbe praticabile in Italia, la formula di Sousa funzione eccome. Pur avendo in rosa eccellenti esterni da 4-3-3, il portoghese non c’ha mai pensato, perché i suoi li fa partire qualche metro più indietro. Ecco, questa è una grande invenzione del portoghese. Lo scorsa stagione stupì tutti proponendo Bernardeschi nel ruolo in cui in Italia eravamo soliti vedere i vari Lichtsteiner, Evra o Widmer. Eppure il ragazzo di Carrara lo faceva alla grande, mostrando una generosità impensabile oltre all’eccellente bagaglio tecnico. Sacrificato sì, ma se quest’anno, riportato più vicino alla porta, si sta dimostrando devastante e completo è merito anche del lavoro fatto da tornante. Sempre quest’anno è arrivato in prima squadra Federico Chiesa, figlio di Enrico; in primavera ha sempre giocato da esterno offensivo, ma Sousa ci ha visto qualità tecniche e, soprattutto, fisiche per ripetere l’esperimento Bernardeschi. Ha scoperto un’eccezionale ala anni ’90 e ha regalato un altro patrimonio al nostro calcio. Poi Tello: era quasi impossibile immaginare un canterano del Barça arare la fascia, il portoghese ha convinto anche lui e in questa stagione lo ha impiegato spesso basso a destra, con Chiesa dall’altra parte. Un 3-2-4-1 a tutti gli effetti. Qualcosa di simile lo aveva fatto vedere Guardiola al Bayern, con Lahm bloccato davanti la difesa – a 3 – e tutta la batteria dei funamboli – Gotze, Ribery, Muller, ecc… – a sostegno di Lewandowski. Certo, con quell’organico in Bundesliga puoi giocare un po’come vuoi, in Champions i risultati non sono arrivati. In Italia qualcuno ha iniziato ad emularlo; il primo fu Mancini, che in occasione di Inter-Fiorentina dell’ottobre 2015 provò a schierarsi a specchio abbassando Perisic. Ne prese 3 in mezz’ora e accantonò l’esperimento. Quest’anno Inzaghi propone spesso Anderson a tutta fascia nel 3-5-2, Pioli ha iniziato a lavorare sulla variante a 3 con Candreva basso.

Federico Chiesa, 15 presenze e 2 gol in stagione

GAVETTA, STUDIO E CRESCITA
E pensare che ad inizio carriera Sousa era considerato un allenatore difensivista. Dopo gli anni da assistente con la Nazionale portoghese sbarca in Inghilterra, allenando per due anni in Championship.  In The Four Year Plan, il documentario sull’ascesa del QPR di Flavio Briatore, c’è una scena in cui Gianni Paladini, il braccio destro dell’imprenditore nel club, va a parlare con Paulo Sousa nell’intervallo di una partita per chiedergli di mettere in campo qualche attaccante. L’anno dopo – 2009-2010 – è allo Swansea, che sotto la sua guida conclude con la seconda miglior difesa – 37 gol subiti e un record di ben 24 partite senza subire gol -, ma il peggior attacco della Championship, con soli 40 gol segnati in 46 gare. L’avventura al Leicester finisce dopo appena 86 giorni dalla firma del contratto per dissidi con la dirigenza, quindi decide di fermarsi e studiare. Ricomincia da un campionato minore, quello ungherese, sbarcando sulla panchina dell’ambizioso Videoton. Alla presentazione, riguardo la sua esperienza inglese dirà: “Ho imparato molto in Championship. C’erano alcune cose in cui non ero preparato, ma l’esperienza la fai sul campo, non solo guardando o ascoltando”. Qui vince i suoi primi trofei in carriera – due Supercoppe d’Ungheria e una Coppa di Lega ungherese – e si afferma a livello internazionale con un buon percorso in Europa League nella stagione 2012/13, in cui passa due turni preliminari e i playoff, si qualifica ai gironi e batte lo Sporting Lisbona di Sá Pinto e il Basilea. Poi fa rotta in Israele e col Maccabi Tel Aviv, nel 2013/2014, vince il suo primo titolo nazionale. La sintesi della crescita del tecnico portoghese sta però nella stagione in Svizzera col Basilea. Se la conquista del campionato elvetico risultava scontata, non lo era affatto il passaggio del girone di Champions con Real Madrid, Liverpool e Ludogorets. Intensità e organizzazione di gioco sorprendenti che gli valgono la chiamata della Fiorentina per il dopo Montella: un girone d’andata da sogno, coi viola che chiudono terzi esprimendo il miglior calcio del torneo, e la flessione nel ritorno, complici una rosa corta e l’immobilismo della società nel mercato di gennaio. Chiuderà in quinta posizione.