Redazione

Solitamente, e ci siamo abituati ad una situazione che di per sè non è naturale, è la politica ad entrare nello sport. Decisioni controverse, favoritismi più o meno evidenti, quando interessi esterni invadono è difficile mantenere la barra dritta. Ma ora c’è una nuova tendenza. Gli atleti, i famosi ricconi strapagati a cui del mondo circostante interessa poco (almeno a sentire alcune correnti di pensiero) stanno prendendo sempre più consapevolezza del loro potere mediatico e cominciano ad utilizzarlo anche al di fuori della disciplina di appartenenza.

C’è chi sostiene cause umanitarie, chi porta sotto i riflettori situazioni scottanti e poi chi, con ragioni e modalità varie, rende il favore alla politica ed entra a pie’ pari in questioni di rilevanza nazionale e internazionale. I primi furono Tommie Smith e John Carlos, con il celeberrimo pugno chiuso (simbolo del Black Power) sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico. Sempre negli USA è scoppiata la polemica sugli atleti che si inginocchiano all’inno nazionale per protestare contro le discriminazioni. Ma gli Stati Uniti non sono soli e anche in Europa sempre più spesso le stelle dello sport dicono la loro riguardo il mondo che li circonda.

Pique, passaporto spagnolo ma cuore catalano

Basterebbe prendere Gerard Pique, trent’anni, cresciuto in una Spagna libera e democratica, ma anche in una Catalogna che in certi versi si sente oppressa dal governo centrale di Madrid. Al punto che nel corso degli anni i movimenti indipendentisti catalani hanno preso sempre più forza, fino ad arrivare allo scontro frontale con le istituzioni spagnole. Scontro non solo ideologico, ma che in occasione del referendum indetto dalle autorità catalane è diventato fisico. Al punto che, tra feriti e manifestazioni, il Barcellona non avrebbe voluto giocare contro il Las Palmas. E di certo non sarebbe voluto scendere in campo Piquè, che sorridente e in bella vista si è recato a votare prima che il caos avvolgesse la città.

Alla fine si è dovuto arrendere alle insistenze della Federcalcio, ma a fine partita non si è potuto trattenere. Ha difeso a spada tratta (e con tanto di lacrime) il diritto dei catalani a votare per la propria indipendenza, difendendosi dagli attacchi provenienti dal resto della Spagna. Sì, perchè sarà anche vero che la Catalogna non è Spagna, ma Piqué e altri suoi compagni nati nella regione autonoma vestono la maglia delle Furie Rosse. Perchè scendere in campo per una nazione in cui non si crede? Questo si chiede la Federazione, che nella percezione dei fatti sembra parecchio più allineata a Madrid (come del resto è naturale che sia) che a Barcellona e Girona. E Pique si dice pronto a fare un passo indietro. Se sono un problema, lascio la Nazionale.

Spagna, un melting pot di culture e tradizioni…

Non dovrebbe essere un problema, almeno a vedere la storia recente della Nazionale campione d’Europa in carica. Castigliani, catalani, galiziani, persino qualche basco. A vincere i mondiali del 2010 è stato un melting pot che ben rappresenta tutte le corone unite di Spagna, unite e (probabilmente) indivisibili sin dal matrimonio dei Reyes Catolicos nel lontano 1469. Un’unione più o meno salda di tradizioni, modi di vivere e ideali, che finora ha retto senza troppi problemi, almeno dal punto di vista sportivo. Ora che però interviene la politica (e lo sport, di rimando, interagisce), il problema diventa anche degli atleti spagnoli.

…come la Jugoslavia?

Che paradossalmente rischiano di fare la fine delle gloriose nazionali jugoslave di fine anni Ottanta. Forti, imbattibili e fragorosamente inesorabilmente implose. Come quella di basket, con Vlade Divac e Drazen Petrovic, compagni inseparabili, quasi fratelli, che la guerra civile ha trasformato in nemici. Colpa di una bandiera croata strappata di mano a un tifoso da Divac, un gesto politico che il Mozart dei canestri non ha mai perdonato all’ex amico. O meglio (o peggio) ancora quella di calcio, che in teoria aveva un potenziale così enorme da poter vincere gli Europei o addirittura i Mondiali. Salvo poi naufragare assieme allo stato che rappresentava, tra il calcio volante di Zvone Boban (croato) a un poliziotto in assetto da guerra e i vari odi etnici che hanno sempre attraversato la Federazione degli Slavi del Sud.

La situazione spagnola è diversa e di certo meno incandescente, ma non certo da sottovalutare. E non è da escludere che altre stelle catalane, anche di altre discipline, non decidano di intervenire sulla questione. Che sta spaccando un Paese e che rischia seriamente di danneggiare la Spagna anche sportivamente parlando.