Luigi Pellicone

In un mondo di…pirla, un solo Pirlo. Insostituibile, irrinunciabile, irrimpiazzabile. Con quella faccia un po’ cosi, da genio svogliato appena svegliatosi. Un folle e un eroe. Non è veloce, non ha contrasto, non ha il fisico dei suoi avversari. Eppure gioca davanti la difesa. Lì, dove perdere il pallone è esiziale, lui c’è. Con una calma olimpica.

Il pallone non suda

Pirlo ha piedi fatati e intelligenza superiore. Mitologia applicata al calcio. Il più decisivo della storia dei playmaker. Il Maestro. Il suo non è calcio. É Verbo. Predicato invano a Milano, sponda nerazzurra, dove ha solo lasciato intravedere il suo talento, divorato da un calcio che soffriva il trequartista dal passo lento ma dalla grande visione di gioco. Incanta a Reggio Calabria, con Baronio forma il centrocampo bello e giovane di una Under 21 che domina in Europa . L’anno dopo, a Brescia, incrocia Roberto Baggio e Carletto Mazzone, che ancora a Torino se lo ricordano, quel lancio per il Divin Codino. Due tocchi, l’uno e l’altro, al limite delle leggi della fisica e della logica.

L’Inter non ci crede e lo manda al Diavolo

Torna all’Inter, dove qualcuno lo considera fragile. Troppo. Il Milan offre Guglielminpietro. L’Inter ci sta. E poi ci si chiede perchè, a quell’epoca, non vincevano mai. In ogni caso, ci scommette Ancelotti. Lo sistema in mezzo al campo. E passa alla cassa, regalando al calcio un campione assoluto, un fuoriclasse inimitabile. Uno che correrà anche poco, ma che importa. Come si dice? Il pallone non suda. Da quel momento è tutto un crescendo rossiniano. Non va neanche istruito. Qualsiasi suggerimento possa giungere dalla panchina, è già stato eseguito in campo almeno tre tempi di gioco prima.

Una carriera immensa

Pirlo vince tutto quello che può. Scudetti, Coppe dei Campioni, Supercoppe, Mondiali per Club e nel 2006 sale anche in cima il mondo. Fa tutto per primo: segna al Ghana all’esordio della manifestazione. É il primo a presentarsi sul dischetto e trafiggere Barthez nella finale di Berlino. Già, Berlino. Ci tornerà, qualche anno dopo, quando il Milan di Allegri scopre di poter fare a meno di lui e gli preferisce Van Bommel. Lesa maestà. Diavolo, tu mi tradirai. Maestro, perdonali, non sanno quello che fanno.

Dio perdona. Pirlo no.

Se ne va alla Juventus. Conte gli affianca un centrocampo muscolare che gli permette di fare ciò che gli riesce meglio. Accompagnato e protetto dai discepoli, il Maestro insegna. Trasforma palloni insignificanti in pepite d’oro, moltiplica occasioni da gol. Illumina. In bianconero scuce lo scudetto al Milan, poi si presenta nuovamente al proscenio europeo: il Barcellona gioca come in Paradiso, e i miracoli non bastano. Il Maestro chiude in lacrime. Meritava un’altra Champions. La sua missione, però, non è finita. C’è un ultimo impegno. Trasformare il soccer in calcio: far innamorare gli americani di 22 uomini che inseguono un pallone. Beh, nel momento in cui chiude, il calcio è uno sport nazionale. Il Maestro ha fatto proseliti anche al di là dell’Oceano. Si è ritirato. E ci sente tutti un po’ più soli. Senza una guida. Siamo rimasti come dei…pirla: perchè di Pirlo, ce n’è uno solo.