Francesco Paolo Traisci

L’ombra dei procuratori è sempre più incombente nel calcio moderno. Sono loro i veri padroni del vapore. Ed è proprio in occasione del calciomercato (e quindi della stipula dei contratti per il tesseramento con nuove squadre o dei rinnovi con quelle attuali) che tutta la loro capacità professionale viene fuori a beneficio dei loro assistiti (e a volte anche proprio).

Come tutti sappiamo, il lavoro principale del procuratore è quello di fornire servizi di assistenza e rappresentanza ad un calciatore o anche ad una società nella conclusione o nella risoluzione di un contratto di prestazione sportiva o in occasione del trasferimento di un calciatore da una società ad un’altra. Così recita l’art. 2 del recente Regolamento per i servizi di procuratore sportivo adottato dalla FIGC in rispetto del Regolamento FIFA sugli intermediari, del quale è applicazione diretta. Nello stesso regolamento è poi previsto un tetto al compenso del procuratore per la sua attività, che non può superare il 3% della retribuzione lorda che ha ottenuto per il suo assistito o il 3% del valore del trasferimento di un calciatore se ha assistito una società in una simile attività.

Antonio Caliendo, storico procuratore del calcio italiano

Quindi più alto è l’ingaggio ottenuto per il proprio assistito, maggiore è il guadagno del procuratore. Allo stesso modo, quando assiste una società, maggiore è il valore del trasferimento più alto sarà il suo introito. Quindi il reddito dell’agente cresce in funzione di quanto riesce a far guadagnare ai propri assistiti. Più ne ha e più ricchi li fa diventare, più è contento anche economicamente. Sempre però nei limiti delle percentuali previste dal Regolamento. Ma ci sono anche altri modi per assistere al meglio i propri clienti ed incrementare il conto in banca.

1. Il modo più semplice è spingere costantemente per nuovi trasferimenti. Potendo avere benefici sia grazie al nuovo ingaggio del proprio assistito sia grazie ad una percentuale sul valore del trasferimento stesso, l’agente spesso si dà da fare per trasferire i propri assistiti a ritmo frenetico, lasciandoli solo pochi anni presso la stessa società (a volte anche uno solo). Questa accentuata mobilità può essere agevolata dall’inserimento all’interno del contratto di tesseramento di clausole cosiddette rescissorie, che permettono al giocatore di cambiare squadra facendo versare al nuovo club una somma prevista nel contratto, senza che quella per il quale è tesserato possa opporsi. Per questo motivo è sempre più diffusa la prassi che, al momento del rinnovo contrattuale o della stipulazione di un contratto con una nuova società, il procuratore pretenda a vantaggio del proprio assistito l’inserimento di simili clausole, affinché possa poi cercare, anche in presenza di contratti pluriennali, ingaggi sempre migliori per il proprio calciatore.

pogba juve

Il trasferimento di Paul Pogba dalla Juventus al Manchester ha visto l’assistenza di Mino Raiola a tutte e tre le parti in causa (le due società ed il calciatore)

2. A questo può combinarsi anche un altro meccanismo. Come è noto, la FIFA ha vietato a fondi privati (e quindi ad agenzie di procuratori o di investitori sul calcio) di possedere il cartellino di giocatori. Questo tema è stato già affrontato sulle pagine de Il Posticipo e in quell’occasione abbiamo anche avuto modo di segnalare che è possibile aggirare questo divieto, attribuendo all’Agenzia non già una percentuale del trasferimento del calciatore come vendita della propria quota del cartellino del giocatore, ma come compensi di intermediazione. Questi, contrariamente a quelli per i servizi di assistenza del procuratore, non hanno un tetto massimo. È proprio questa la ragione per la quale spesso scorrendo le cifre di alcuni trasferimenti internazionali, si nota che una buona parte del prezzo pagato per l’operazione è dovuto a commissioni milionarie a note agenzie di intermediari calcistici, con distribuzione del denaro in base agli accordi presi.

Il Napoli di De Laurentiis è particolarmente attento ed interessato alla gestione dei diritti di immagine dei suoi tesserati

3. Un’ulteriore fonte di reddito per il giocatore e per il suo agente può venire dalla commercializzazione dei diritti di immagine. Tempo fa abbiamo spiegato come sempre più attenzione è rivolta al diritto di ogni calciatore di concedere la propria immagine per prestazioni di carattere promozionale, pubblicitario o di testimonial, con una attività professionale che non rientra fra quelle previste all’interno del rapporto sportivo con la società. Come già scrivemmo su Il Posticipo, infatti, in virtù di una Convenzione stipulata nel 1981 fra l’Associazione calciatori e le Leghe calcistiche “i calciatori hanno la facoltà di utilizzare in qualsiasi forma lecita e decorosa la propria immagine anche a scopo di lucro, purché non associata a nomi, colori, maglie, simboli o contrassegni della Società di appartenenza o di altre Società e purché non in occasione di attività ufficiale”. Quindi il calciatore, pur in costanza di tesseramento, può prestare la propria immagine per pubblicità o fare il testimonial, purché non sia vestito con i colori della propria squadra (e quelli azzurri della nazionale), senza il consenso della propria squadra”. Ciò significa che in base al contratto di tesseramento il club può solamente disporre (e cedere a terzi a fini pubblicitari) delle foto, delle immagini video ed eventualmente del sonoro in cui il giocatore svolge, in divisa, attività sportive in gruppo con altri compagni di squadra. Tutto ciò che esula dalla prestazione sportiva vera e propria appartiene quindi al giocatore, che può quindi ricavarne ulteriori fonti di reddito. Certo, volendo ai sensi dell’art. 4.5 dell’Accordo collettivo può anche cederli alla stessa società e stabilire che la società diventa, in cambio di denaro per il calciatore, proprietaria dei diritti di immagine di quest’ultimo. In realtà sempre di più sono i calciatori che creano società ad hoc, con parenti, amici (e fra questi anche spesso figurano anche i procuratori) per sfruttare economicamente la propria immagine, facendo confluire in queste società gli ingaggi percepiti per le campagne pubblicitarie alle quali hanno prestato il volto o la voce. Anche in questo caso preziosa si rivela l’attività di assistenza e rappresentanza del procuratore, che non agisce come procuratore calcistico ai sensi del regolamento, ma come agente vero e proprio.

Questi sono solo alcuni dei modi grazie ai quali la figura tradizionale dell’agente è diventata quella di un moderno professionista che, lungi dal limitarsi ad assecondare i capricci dei propri assistiti, li guida con mano sempre più ferma nel business milionario del calcio moderno.