Francesco Paolo Traisci

Procuratori sempre più potenti, in grado di influenzare fortemente il mondo del calcio e di trarne enormi profitti. Procuratori che tengono sotto scacco presidenti e che spesso si sostituiscono a questi ultimi facendo la voce grossa. Procuratori che si alleano con presidenti di medio cabotaggio e creano e disfano squadre alimentando vorticosi giri di mercato.

I potentissimi procuratori sudamericani

La prassi è sempre stata diffusa in Sudamerica ma anche in alcune parti d’Europa: giocatori il cui cartellino è in parte di proprietà di persone fisiche, nella specie, procuratori, ovvero di fondi di investimenti facenti capo a questi ultimi, che quindi al momento delle cessioni dei propri assistiti possono determinare le sorti dello stesso ben più che come semplici rappresentanti. Procuratori che hanno quindi un ruolo ben maggiore rispetto a quello di un normale agente, intervenendo quindi spesso anche come parte interessata oltre che come consulente, con ricavi che, di conseguenza, vanno ben oltre le provvigioni previste per le varie transazioni. Il tutto anche con la giustificazione di sostenere le piccole società nella scoperta e nella crescita di giovani talenti e nella stessa volontà di provvedere ai bisogni materiali di ragazzi di prospettiva ma di umili origini (e non di rado nella ripartizione della proprietà del cartellino entravano gli stessi genitori del giocatore minorenne, come, pare, nel caso dello stesso Neymar). Un sistema questo, successivamente descritto da Michel Platini come una “forma moderna di schiavitù”, venuto alle luci della ribalta nel 2007 con l’ingaggio da parte del West Ham degli assi argentini Tevez e Mascherano, il cui cartellino era in parte (consistente) di proprietà di un fondo di investimenti londinese. All’epoca nulla vietava questo tipo di proprietà ma la Premier League ritenne che i contratti sottoscritti per il trasferimento dei due campioni sudamericani avevano attribuito al fondo stesso il diritto di decidere quando e a quali condizioni sarebbero avvenuti tutti i futuri trasferimenti di entrambi e ciò fu ritenuto sufficiente per configurare un caso in cui dei terzi avrebbero potuto influenzare indebitamente il trasferimento di alcuni giocatori, cosa vietata già allora (in particolare era vietato ai calciatori stipulare qualsiasi contratto che permettesse alle parti o a terzi di “poter interferire sui suoi rapporti di lavoro e di trasferimento, sulle scelte politiche e sull’attività della sua squadra”). Tanto bastò alla Lega Inglese per proibire genericamente tutte queste forme di proprietà, ritenendole una minaccia al corretto svolgimento delle competizioni e per la corretta crescita professionale dei giovani calciatori.

Tevez con la maglia della Juventus durante la finale di Champions League 2014.

Il clamore della vicenda fece sì che contro tale pratica si scagliarono lo stesso Infantino ed il divieto venne sancito anche dalla FIFA a partire dal 1° maggio 2015 (anche se i contratti in vigore all’epoca del divieto sarebbero restati validi fino alla loro naturale scadenza), con una proibizione di ogni forma di TPO, Third Party Ownership, ossia forme di proprietà del cartellino (o, più correttamente, di compartecipazione ai diritti economici per la cessione dei giocatori) da parte di individui o di società terze (diverse dalle due protagoniste della trattativa di mercato ed eventualmente da quelle in cui il giocatore ha militato in passato). In generale si vietò quindi a tutti i soggetti esterni all’ordinamento sportivo di essere titolari di diritti economici che sul trasferimento di un giocatore. La stessa proibizione è stato oggetto di forti contestazioni da parte di alcune federazioni, ma anche di soggetti privati. E’ nota la controversia che la Doyen, un potentissimo fondo di investimenti internazionale ha sollevato dinnanzi alla Corte di giustizia Europea per l’incompatibilità della regola con i principi generali del diritto comunitario e con le libertà economiche garantite dai vari trattatiSino ad oggi però il bando tiene. Malgrado la proibizione FIFA tuttavia, procuratori e fondi hanno trovato strade alternative per non perdere una simile fonte di reddito (e di controllo sul mercato calcistico) e sui propri calciatori. Proprio una recente inchiesta giornalistica è costata cara all’allora neo commissario tecnico dell’Inghilterra Sam Allardyce (oggi ex, per le dimissioni alle quali fu costretto dal clamore della vicenda), tanto ingenuo da raccontare a degli sconosciuti (rivelatisi poi giornalisti) come aggirare il divieto. O come Cellino più volte sanzionato dalla Federazione Inglese per connivenze ed affari vietati con tali fondi.

I DUE MODI PRINCIPALI PER AGGIRARE IL DIVIETO
Il primo espediente è quello di inserire nei contratti di trasferimento clausole che prevedano compensi sulla intermediazione per la vendita dei giocatori in favore di un agente (spesso uomo del fondo), con percentuali molto superiori rispetto alle normali provvigioni previste per il procuratore. Infatti ben differenti sono i ricavi dei mediatori rispetto a quelli dei procuratori. Vi siete mai chiesti perché il cartellino di un calciatore è costato un tot più un’altra somma (spesso anche notevolmente più elevata) per le commissioni di intermediazione a soggetti vicini al procuratore dello stesso calciatore? Proprio perché mentre le provvigioni per il procuratore sono una percentuale fissa (stabilita con un minimo ed un massimo, di solito fra il 3 ed il 5 % sul lordo dell’ingaggio percepito dal giocatore, tanto che fra gli stessi procuratori si lamenta una disparità legata alla diversa incidenza della fiscalità nei vari paesi), sui costi di mediazione non ci sono limiti. Ma è soprattutto acquisendo direttamente club calcistici che acquistano e mantengono la proprietà sugli propri assistiti del procuratore stesso che prospera il sistema. I giocatori vengono poi trasferiti in prestito ad altri club e poi ritornano di proprietà dello stesso per poi essere prestati ulteriormente. Esistono ormai numerosi grandi club che sono diventati di proprietà in toto o in quota di fondi facenti capo a noti e potentissimi agenti del mondo del calcio, agenti che spesso si possono permettere di minacciare e maltrattare gli stessi presidenti dei club. Ed è proprio di questi giorni la minaccia di uno dei più noti fra questi: “se il cartellino di X (non facciamo il nome del giovanissimo campione oggetto della trattativa, ma il nome lo conoscono tutti) costa così poco, lo acquisto io e poi si vede”Apparentemente una sparata, in presenza del divieto di TPO; in realtà non così irrealistica, alla luce dei modi con i quali lo stesso viene sempre più di frequente aggirato.