Francesco Paolo Traisci

Ancora scommesse illecite e partite truccate. Proprio in questi giorni si sta mettendo in moto la macchina della giustizia sportiva nei confronti di Armando Izzo, difensore del Genoa ed affacciatosi nel giro della Nazionale proprio ai tempi dell’inizio della vicenda giudiziaria, accusato, insieme ad alcuni compagni di squadra, di illeciti in un giro di scommesse su alcune partite dell’Avellino, squadra in cui ha militato nel campionato 2013/2014.

Il caso Izzo: la ricostruzione

Infamanti le accuse per il giocatore: non solamente quella di essere protagonista dell’ennesimo episodio di calcioscommesse, ma addirittura quella ancor più grave, di concorso esterno in associazione mafiosa con un noto clan della camorra! Per chi non avesse familiarità con il diritto penale, il concorso esterno nell’associazione mafiosa è quel reato di chi, pur non essendo affiliato al clan, ne agevola le attività criminali, mettendosi “a disposizione” e svolgendo un ruolo attivo e stabile in queste ultime. Un reato, di dubbia coerenza con il nostro sistema di diritto penale ma oggi largamente diffuso, a suo tempo creato per Giulio Andreotti e per il famoso bacio a Totò Riina. Ma non divaghiamo… Il giocatore napoletano è finito, insieme a due compagni di squadra di allora, Francesco Millesi e Gianluca Pini, in un’inchiesta della DIA (ossia della Procura che indaga sui fatti di mafia), sulle attività criminose del clan Vanella Grassi, con l’accusa di essersi messo a disposizione dell’organizzazione per influire sull’esito partite e contribuendo agli affari illeciti del clan. Da questa indagine penale, partita con un’ondata di arresti ed intercettazioni e tuttora in corso è nata anche quella della Procura sportiva.
Secondo indiscrezioni contro il giocatore le rivelazioni di due pentiti, riguardanti il contesto sociale in cui è nato e vissuto (nato e vissuto in gioventù a Scampia, feudo del clan Vanella Grassi e sarebbe nipote di Salvatore Petriccione, uno dei suoi fondatori) e la sua presunta volontà da giovane di entrare a far parte attiva del clan (cosa che sarebbe stata impedita dal padre del giocatore, allora minorenne, che avrebbe imposto di lasciarlo fuori per seguire la sua vocazione calcistica), nonché alcuni falliti tentativi di “abboccamento” da parte di esponenti del clan per l’aggiustamento di altre partite (in particolare si narra dell’episodio insieme a Fabio Pisacane, poi premiato da Blatter per aver rifiutato una forte somma di denaro per vendersi una partita). Certo, alcuni elementi stonerebbero: in particolare i legali del giocatore hanno rilevato come l’ammontare delle scommesse sugli episodi contestati non sarebbe stato congruo con quanto dichiarato dai testimoni, come il giocatore non avrebbe preso parte a nessuna delle due partite incriminate, come qualora lo stesso Izzo fosse stato all’interno della combine, non sarebbe stato necessario coinvolgere anche due altri elementi Millesi e Pini, estranei all’ambiente del clan, ed altre incongruenze nelle dichiarazioni dei testimoni. Ma anche che non è stato in nessun modo verificato che l’altra squadra che avrebbe dovuto perdere una delle gare (nella specie la Reggina), fosse stata coinvolta nella combine, pur essendo necessario un suo coinvolgimento per determinarne la sconfitta.

L’INDAGINE PENALE METTE IN MOTO QUELLA SPORTIVA
L’indagine penale ha poi inevitabilmente determinato la messa in moto di quella sportiva… Da qui la richiesta della Procura della Federcalcio. Le partite truccate sarebbero Modena-Avellino del 17 marzo 2014 e Avellino-Reggina del 25 maggio dello stesso anno, per le quali la procura della Federcalcio ha chiesto sei anni di squalifica più richiesta di preclusione e 20mila euro di ammenda per lo stesso Izzo e pene analoghe per Millesi e Pini, per aver messo in atto, in associazione fra loro “condotte finalizzate ad alterare il regolare svolgimento e il risultato di gare del campionato nazionale di Serie B con lo scopo di assicurarsi un vantaggio economico mediante percezione di somme di denaro da soggetto facenti parte di organizzazioni malavitose dedite alle scommesse sulle gare in questione. Programma perseguito con un assetto stabile e con una distribuzione di ruoli”, violando così gli art. 7 e 9 (aggravante dell’associazione fra loro) del Codice di Giustizia Sportiva. Nella stessa indagine sono poi stati coinvolti altri giocatori e lo stesso presidente dell’Avellino dell’epoca, Walter Taccone, tutti con la medesima accusa di omessa denuncia, nonché la società irpina deferita sia titolo di responsabilità diretta, con riferimento a quanto contestato al suo Presidente sia a titolo di responsabilità oggettiva, in conseguenza degli addebiti contestati ai suoi tesserati. In particolare dunque la Procura ha chiesto una penalizzazione di 7 punti (ed una forte sanzione pecuniaria) per il club irpino in quanto responsabile direttamente per il comportamento dei suoi dirigenti (nella specie del suo Presidente, accusato per essere stato a conoscenza dei fatti illeciti relativamente ad una delle due gare e non averli denunciati alle autorità competenti) ma anche per responsabilità oggettiva per il comportamento degli altri suoi tesserati.

CHE COSA E’ LA RESPONSABILITA’ OGGETTIVA?
Si tratta di un meccanismo, assente in altri settori della giustizia, che consente di attribuire una responsabilità (e quindi di condannare) un soggetto per fatti che non dipendono in alcun modo da suoi comportamenti: è quindi oggettiva per l’assenza dell’elemento soggettivo necessario per l’insorgenza della responsabilità, ossia l’elemento della colpevolezza. Così come nel diritto penale, io sono responsabile solo se commetto personalmente un reato, ossia se metto in atto (dolosamente o colposamente), un comportamento vietato da una norma (la responsabilità penale è personale!), anche nel diritto civile le rare ipotesi di responsabilità per fatto altrui in realtà si sostanziano in una responsabilità, una colpa in vigilando, ossia una responsabilità per non aver vigilato ed impedito che qualcun altro mettesse in atto un comportamento lesivo. Le famose ipotesi della responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minorenni o dei datori di lavoro per i fatti dei propri dipendenti sono infatti solamente ipotesi di “inversione dell’onere della prova”, nel senso che, mentre normalmente è il danneggiato a dover provare la colpevolezza del danneggiante, in questi casi per evitare la responsabilità, è il genitore o il datore di lavoro debbono provare di “non aver potuto impedire il fatto”. Nel diritto sportivo (e, nella specie, nell’ordinamento calcistico), invece, in alcuni casi non c’è prova contraria che tenga… E così se un presidente o un dirigente che rappresenta la società commette un illecito, la società risponde direttamente del reato ai sensi del primo comma dell’art. 4 (la cd. responsabilità diretta); se un altro tesserato ha commesso un illecito il club ne risponde invece a titolo di responsabilità oggettiva. Tre i casi previsti dal Codice: oltre a quello della responsabilità nell’alterazione dei risultati sportivi e per l’omessa denuncia di tali fatti (leggi partite truccate) vietate dall’art. 7 dello stesso codice, c’è la responsabilità del club per le dichiarazioni lesive rilasciate dai propri tesserati (art. 5) e, soprattutto quello della responsabilità dei club per i fatti di violenza o per gli insulti, i cori offensivi o il lancio di oggetti dei tifosi all’interno o in prossimità dello stadio durante le gare, previsto dall’art. 4 comma 3. Un meccanismo, quest’ultimo, che porta le società a pagare anche a caro prezzo per le intemperanze dei propri tifosi e che le pone perciò spesso sotto il ricatto delle frange più estremiste del proprio tifo. Un meccanismo che molti all’interno del mondo del calcio dichiarano di voler modificare e che forse è arrivato il momento di regolamentare come maggiore attenzione.