Francesco Cavallini

Sovrapposizioni, tagli degli esterni, linea difensiva alta, ricerca ossessiva della profondità. Il 4-3-3 di Eusebio Di Francesco è quanto di più ortodosso possa venire in mente, esclusa una rassicurante tendenza a non prendere mai imbarcate (mai più di tre reti subite dal suo Sassuolo, escluso un fragoroso 7-1 con l’Inter). Anche nella partita contro il Tottenham sono venuti alla luce i meccanismi richiesti dal tecnico, riusciti molto meglio nella prima metà di match che nella seconda. Questione di uomini? Forse. Le prestazioni complessive sono state più che positive, ma le prime amichevoli hanno messo in luce che evidentemente c’è qualcuno molto propenso ad entrare negli schemi e qualcun altro che invece trova qualche difficoltà in più. L’adattamento, soprattutto per i reduci dell’era Spalletti, può risultare complicato, anche per caratteristiche personali che si sposano meglio o peggio con il progetto tattico. Ma chi della rosa della Roma soffrirà più il Difra pensiero? E chi invece ne trarrà benefici?

La difesa alta, croce e delizia

Iniziamo dalla retroguardia, che di un 4-3-3 di solito rappresenta croce o delizia. La difesa è altissima, come chiede il tecnico, e di conseguenza penalizza calciatori un po’ meno mobili. Come Fazio, che finchè è supportato dalla forma fisica si può difendere sull’anticipo, ma che quando cala diventa macchinoso e si ritrova spesso saltato (nell’uno contro uno o sull’imbucata in profondità) da avversari molto più veloci di lui. In casi del genere, ci vuole una macchina da recuperi, che la Roma potrebbe avere in casa sotto le sembianze di Manolas. Che a volte non è impeccabile nel posizionamento, ma che nel correre dietro ad un avversario lanciato è certamente il migliore della rosa a disposizione di Di Francesco. Non giudicabile, almeno nel suo ruolo, Moreno, finora schierato come laterale sinistro, mentre Juan Jesus conferma la sua capacità di adattarsi bene a qualsiasi situazione tattica.

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Kostas Manolas

Capitolo terzini. Ancora fermi ai box Karsdorp e soprattutto Palmieri, tocca alle alternative cimentarsi con il 4-3-3. Bruno Peres nasce come esterno a tutta fascia con dietro una difesa a tre, di conseguenza continua (involontariamente) ad aspettarsi una copertura che invece non può avere. Ha bisogno, non è un segreto, di migliorare (molto) sul lato difensivo, perchè in fase di possesso gli schemi di Di Francesco sono perfetti per liberarne la fisicità esplosiva e la facilità di corsa. Scelte sbagliate a parte, il Bruno Peres di questo inizio di stagione sembra molto più in palla di quello dell’era Spalletti. Kolarov scende in campo dopo due giorni scarsi di allenamento, non è ancora inserito nei meccanismi, ma con la sua esperienza può soltanto migliorare. Reduce dalla Premier, tenta ancora un po’ troppo spesso la sventagliata in area, sconsigliata data la propensione di Di Francesco a far giocare le sue squadre palla a terra.

Il centrocampo, il cardine del 4-3-3 e di questa Roma

La chiave della stagione giallorossa sarà però il centrocampo. Le partite, si sa, si vincono e si perdono nel mezzo, ed i calciatori a disposizione del tecnico abruzzese in mediana avranno di certo il compito più ingrato: garantire quantità a palate, senza scendere di qualità. Da questo punto di vista, in rosa c’è una sicurezza. Nainggolan si sarà anche scoperto trequartista, ma non sembra soffrire granchè il ritorno alle origini. Se a Di Francesco serve una mezzala fisica e veloce, sempre pronta a inserirsi negli spazi. a dialogare con terzini e ali, o a tornare in ripiego per bloccare l’azione avversaria, l’allenatore della Roma ha esattamente l’uomo che cerca. Il Ninja è il tuttocampista perfetto per questo 4-3-3, in grado di equilibrare con il suo dinamismo il centrocampo della Roma. Discorso diverso per Strootman. Che, con la struttura fisica che ha (e con gli infortuni che ha subito), è un diesel e ci mette un po’ a carburare. Sulle prime (discorso valido anche per la scorsa stagione) sembra spesso in ritardo o avulso dal gioco, ma col passare dei minuti (e delle partite) entra a regime e di solito è il più lucido quando gli altri cominciano ad andare in riserve. In coppia, olandese e belga sembrano il giusto compromesso.

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Strootman e Nainggolan in azione

Chi studia da mezzala è Gerson, oggetto misterioso dello scorso calciomercato romanista, che non ha certo il passo del centrocampista ma che nelle prime amichevoli sta interpretando il ruolo in maniera particolare ed interessante. In fase di non possesso non è eccelso, ma quando ha il pallone tra i piedi si mostra propositivo e volenteroso. Da rivedere, ma in positivo. Chi invece mezzala lo è da parecchio è Pellegrini, che con le idee di Di Francesco ci convive da un bel po’. Difficile che possa avere problemi di ambientamento. I due centrali di centrocampo invece fanno discorso a sé. Nessuno dei due è un fulmine di guerra, ma sopperiscono entrambi alla carenza di velocità con un ottimo senso della posizione. Certo, quando vengono saltati dalla manovra avversaria fanno un po’ fatica a rientrare immediatamente, ma è anche una questione di condizione fisica approssimativa. Un po’ di rodaggio e Di Francesco avrà a disposizione due alternative di livello in regia.

L’attacco, tra profondità e giro palla

E arriviamo all’attacco. Dove Defrel non ha certo bisogno di presentazioni con il 4-3-3, nè da centravanti nè da esterno. Dzeko, d’altro canto, pare un po’ in difficoltà. Struttura fisica a parte, il suo senso del gioco lo porta spesso ad arretrare per aprire spazi ai compagni sugli esterni. Il che è un bene, ma non lo fa invece trovare pronto quando i centrocampisti cercano l’imbucata in profondità (e con Di Francesco ciò accade con frequenza). Il bosniaco deve abituarsi a fungere meno da fulcro offensivo della manovra e a liberarsi dalla marcatura con movimenti in avanti, altrimenti la concorrenza di un attaccante veloce e sgusciante come Defrel potrebbe bussare presto alla porta.

Dzeko-Roma-capocannoniere

Dzeko, capocannoniere della scorsa stagione con 29 gol

Sugli esterni situazione in divenire, con Ünder che al momento sembra il più difrancescano della rosa. Corre, rientra, si allarga, segue l’azione e, dulcis in fundo, segna anche. Una gran bella scoperta per l’allenatore. Non abbastanza però da impedire al tecnico di chiedere l’altra ala destra, quella destinata a spaccare le partite. Quel Mahrez, che come abbiamo già avuto modo di dire in un sistema organizzato rappresenta l’anarchia. Sulla sinistra trova posto la tecnica di Perotti, che a uno sguardo disattento sembra il meno disciplinato tatticamente, ma che in attesa dell’arrivo di Mahrez ricopre il ruolo di esterno con la maggior libertà. Difficile vederlo crossare invece che provare il dribbling, ma le alternative che offre in quanto a gestione della sfera sono senza prezzo. Dulcis in fundo, El Shaarawy, che si è visto ancora poco causa lombalgia. Lui rappresenta l’altro esterno da profondità, quello nato per scappare dietro le spalle degli avversari e colpire. Se le sue pause (abbastanza frequenti) diminuiranno, sarà un elemento importante.

Insomma, quasi nessuno dei giocatori di questa Roma, almeno a giudicare dai primi match, sembra essere un pesce fuor d’acqua negli schemi di Di Francesco. Il che sembra scontato, ma è importante nella gestione della squadra da parte di un tecnico che è molto convinto delle sue idee e dai suoi calciatori si aspetta sempre che vengano applicate alla perfezione. Come per tutti gli allenatori molto votati alla tattica, l’aderenza al piano di gioco diventa fondamentale. Per questo anche chi non è ancora perfettamente inserito farà bene a studiare in allenamento e a dimostrare in partita di aver capito. Perchè Di Francesco non fa sconti.