Francesco Cavallini

Lobont. Karsdorp, Manolas, Fazio, Kolarov. De Rossi, Gerson, Gonalons. Perotti, Defrel, Schick. La panchina, beh, desolatamente vuota. Per carità, sarebbe anche una buona formazione, il che forse è la miglior testimonianza della bontà del lavoro fatto. Ma se un alieno arrivasse oggi sulla Terra, questo sarebbe per lui l’undici titolare della Roma. Già, perché Alisson sta facendo la conta tra PSG e Liverpool, Nainggolan è già in Cina (o era il Manchester United?), Emerson Palmieri cerca casa a Torino assieme a Strootman e Pellegrini e, dulcis in fundo, anche Dzeko ha le valigie in mano e Florenzi saluterà senza un rinnovo soddisfacente. Possibile? A leggere gli scenari apocalittici che coinvolgono i giallorossi, sembrerebbe di sì.

Mezza squadra in uscita? Assolutamente no

E la fatica maggiore che incontra la società, ma anche chi più semplicemente cerca di analizzare questo innegabile momento no della Roma, è spiegare che tutto questo caos non ha ragione di essere. In un ambiente scosso da un mese di dicembre e un inizio gennaio che hanno frustrato parecchio le ambizioni giallorosse, ogni notizia, ogni rumour deflagra con una forza incredibile, quasi inaudita. E quindi questa mezza squadra sul piede di partenza, invece di venire presa con sguardo critico, diventa improvvisamente la realtà, unica ed incontrovertibile, della situazione della Roma. Il supermarket Roma è aperto, anzi, spalancato.

Tutti vendono per comprare

Colpa, si fa per dire, delle dichiarazioni di Monchi dopo la sconfitta con l’Atalanta. Il DS giallorosso ha responsabilizzato la squadra, allontanando la possibilità di risolvere tutti i problemi della Roma attraverso la sessione di mercato e ricordando come a delle uscite debbano per forza corrispondere delle entrate. Una condizione comune un po’ a tutte le squadre, alla quale non sfugge neanche una big come la Juventus, che spesso attraverso cessioni faraoniche ha ricostruito più volte la sua rosa. È vero, qualcuno potrebbe partire già a gennaio, dai vari Peres e Gonalons, fino ad arrivare un big. Ma resta complicato trovare un club in cui questa possibilità è categoricamente esclusa. E soprattutto, non c’è alcun sentore di fuga di massa da Trigoria come invece potrebbe sembrare guardandosi attorno e tentando di informarsi al riguardo.

Un ambiente effervescente che non aiuta questa Roma

Il supermarket Roma non è aperto nè tanto meno è in vena di sconti. Se ci saranno operazioni in uscita, saranno funzionali agli obiettivi in entrata. Si vende per comprare, nella più classica delle tradizioni calcistiche. Del resto i soldi non si trovano sugli alberi, neanche se ti chiami James Pallotta. Che forse dovrebbe calibrare meglio le dichiarazioni alla stampa, perché a Roma la tifoseria difficilmente perdona e sicuramente non dimentica quando si sente attaccata. Ma il presidente della Roma, nel corso degli anni, ha costruito una realtà in grado di lottare costantemente per lo Scudetto e sempre nelle posizioni che contano della Serie A. Con tanto di spese importanti, volte certo ad una visione più simile ad un business che a un affare di cuore, ma bisogna accettare che è finita dei proprietari tifosi.

Che poi, a ben vedere, se la sono vista male anche loro, nonostante ora vengano portati come esempi virtuosi. Anche l’amatissimo e citatissimo Dino Viola ebbe la sua fetta di incomprensioni con quelli che lui definiva i suoi ragazzi e Franco Sensi, beh, ha ricevuto parecchie contestazioni. Ma in fondo, tutto questo sembra far parte di un po’ di sano autolesionismo (chissà quanto spontaneo) che colpisce tifoseria e ambiente romano (già, il famoso “ambiente romano”) non appena le cose sul campo non vanno come dovrebbero. E quindi una stagione partita bene e con un calo, per quanto preoccupante, diventa tutta sbagliata, tutta da rifare, per dirla alla Bartali. E quindi riapre il supermarket. Che in realtà è ben chiuso, forse neanche esiste. Ma come si dice, voce di popolo, voce di Dio. In sei parole, il problema più grande di questa Roma, anche più di quelli in campo.