Francesco Cavallini

A guardare i nomi non si direbbe che l’attacco della Roma sia radicalmente cambiato rispetto a quello dello scorso anno. Del resto i tre che hanno iniziato la partita contro l’Udinese (Dzeko, Perotti ed El Shaarawy) erano già in campo proprio contro i friulani per l’esordio nello scorso campionato. C’era anche Salah, che ora corre sui campi della Premier, con Iturbe ad accompagnarli in panchina. Ora la batteria di attaccanti (centrali ed esterni) è aumentata di parecchio, nonostante l’addio del riccioluto egiziano e dell’ex Verona. Sono arrivati Defrel, Under e Schick. La Roma cambia attacco, quindi. Sì, ma non a causa dei nomi.

Meno azioni in campo aperto, ma più transizioni

Partiamo da ciò che si è perso. Ed è facile individuarlo, la velocità di Salah, imprendibile in campo aperto, ma molto più controllabile da parte di una difesa schierata. Salah che alla Roma di Spalletti permetteva un gioco basato sulle ripartenze, con una squadra che in momenti di sofferenza poteva arretrare in massa e lasciare lì davanti l’egiziano e Dzeko, con gli inserimenti di Nainggolan. La Roma di Di Francesco, come era abbastanza prevedibile, non si basa sul contropiede, ma preferisce recuperare palla in transizione con un pressing efficace e lanciare gli attaccanti non in campo aperto, bensì in profondità. Le difese vengono prese d’infilata nei pressi della propria area piuttosto che attaccate da lontano. E di questo ne beneficiano attaccanti come El Shaarawy, che sembra nato per questo nuovo attacco.

Merito degli esterni di difesa

Ma a regalare linfa al reparto offensivo della Roma ci pensano soprattutto gli esterni difensivi. E sarebbe semplice ridurre tutto all’arrivo di Kolarov. Seppur fondamentale per gli equilibri e per il gioco della squadra, il serbo è solo una delle frecce all’arco di Di Francesco, che ha anche recuperato un Bruno Peres apatico, riscoperto il miglior Florenzi al ritorno dall’infortunio e aspetta ancora altre due pedine che sulla fascia di competenza possono dare molto come Karsdorp ed Emerson Palmieri.

Più fonti di gioco per puntare alla rete

I palloni arrivano a Dzeko in molte più maniere, ad esempio sono stati di nuovo sdoganati i cross bassi dalla trequarti, che non si vedevano all’Olimpico da parecchio tempo. Le combinazioni tra le catene laterali liberano spesso qualcuno che può prendersi il fondo e scaricare sul compagno che accorre. Qualcuno osa di nuovo la conclusione da fuori, anche se i pali presi in questo inizio di stagione suggeriscono la necessità di un allenamento maggiore sulla mira. E poi la profondità, che anche Spalletti pretendeva, ma che difficilmente è riuscito ad ottenere nella sua seconda esperienza romana. I giocatori si muovono senza palla e offrono opzioni ai compagni, per un gioco fluido e che, nella seconda parte del match con l’Udinese, è stato divertente e bello a vedersi.

Insomma, l’attacco della Roma cambia, ma in fondo resta sempre lo stesso. Quello in cui Dzeko fa la differenza e i gol, in cui Perotti scardina le difese da fermo e in cui El Shaarawy lanciato dietro al difensore è in grado di fare molto male agli avversari. E per Di Francesco è di certo un dato rassicurante.