Francesco Cavallini

Che cosa succede alla Roma? Dove è finita la squadra compatta, determinata e cinica che fino a metà dicembre sembrava poter competere per lo Scudetto assieme a Juventus e Napoli? Se lo chiedono i tifosi, i dirigenti che voleranno a breve a Londra da Pallotta, ma se lo chiede soprattutto Eusebio di Francesco, che quella squadra l’ha modellata. La prestazione del primo tempo contro l’Atalanta, come prevedibile, non ha di certo soddisfatto le attese del tecnico, che poi ha tentato inutilmente di recuperare una partita ormai compromessa. La Roma mostra problemi ricorrenti e facilmente individuabili. E quindi, paradossalmente, su cui sarà più semplice per l’allenatore giallorosso lavorare per giungere a delle soluzioni efficaci.

Gioco sotto ritmo e prevedibile

La difesa, reti da calcio piazzato a parte, sembra particolarmente ben registrata e non devono essere le due reti subite dall’Atalanta, conseguenze di errori individuali, a preoccupare Di Francesco. Ciò che salta agli occhi è però la concreta difficoltà della Roma quando è in possesso di palla. Una manovra poco fluida, un calcio giocato sotto ritmo che di conseguenza diventa abbastanza prevedibile da parte dell’avversario. Finché i giallorossi sono riusciti ad alzare, anche con semplici fiammate, la velocità di esecuzione, le occasioni sono fioccate, anche se non sono state spesso capitalizzare quanto il tecnico avrebbe sperato. Ora però, complice anche una tensione dovuta ai risultati che faticano ad arrivare, il possesso palla è improvvisamente meno preciso ed efficace e anche la produzione offensiva è diminuita. Su cosa dovrà quindi lavorare l’allenatore della Roma?

Di Francesco vorrebbe una Roma alla ricerca della profondità

In primis sulla distribuzione di palla, al momento sviluppata principalmente (per non dire quasi esclusivamente) sulle corsie laterali. Kolarov funge effettivamente da playmaker laterale, un po’ come faceva Maicon ai tempi del primo Garcia. Dall’altro lato c’è Florenzi, obiettivo preferito dei frequenti e a volte prevedibili cambi di gioco della formazione giallorossa. E se i due terzini sembrano i meno responsabili della scarsa produzione di gioco da parte della Roma, le difficoltà sono equamente divise (e causate) tra centrocampo e attacco. Manca la profondità e quindi la squadra tende a sviluppare una manovra per vie orizzontali, affidandosi più alla singola giocata che alla verticalizzazione come invece vorrebbe di Francesco. Di chi è quindi “la colpa”? Domanda complicata, più o meno come il quesito dell’uovo e della gallina. La risposta, che pare generica ma in realtà è realistica, è nell’atteggiamento di squadra. Manca movimento senza palla in entrambi i reparti.

Palla al centro, in tutti i sensi

I centrocampisti non si propongono granché negli spazi, ricevendo quindi palla sui piedi e divenendo così facilmente marcabili.  Dal canto loro gli attaccanti, soprattutto quegli esterni che proprio esterni non sono (Perotti e Schick), difficilmente attaccano la profondità chiamando il pallone, ma lasciano spesso e volentieri il compito ai due terzini, di conseguenza squilibrando così la squadra in maniera esagerata. E non rendendo molto in fase di realizzazione, perchè i moltissimi cross fatti dai giallorossi non generano quasi mai situazioni pericolose. Come ovviare a questa situazione? Variando la distribuzione della sfera e soprattutto la frequenza degli attacchi laterali. Assecondando quindi la naturale tendenza degli attaccanti esterni ad accentrarsi e facendoli gravitare più vicini a Dzeko, che per la sua tipologia di gioco si giova parecchio della presenza di compagni a cui affidare il pallone appena difeso dalle grinfie degli avversari o con cui triangolare nello stretto. Si tratta, in fondo, di mettere palla al centro, sia in maniera figurata che letterale. E di attaccare lo spazio senza palla e con intelligenza, piuttosto che a testa bassa come avvenuto di recente. La metà del girone di andata dimostra a di Francesco e alla squadra che è possibile. Starà al tecnico instillare nei suoi ragazzi la consapevolezza della necessità di riuscirci di nuovo e al più presto. Il campionato finora ha (più o meno) aspettato tutti, ma non lo farà per sempre.