Redazione

Roma, ti serve un vice Dzeko? Certo che si. Concetto ribadito più volte, sino allo sfinimento e mai recepito sino in fondo dalla società. Lo scorso anno Spalletti ha spremuto l’attaccante bosniaco come un limone, ricavandone oro colato: 29 reti e 12 assist in campionato, 51 presenze e 39 gol totali. Un’arma non convenzionale. Una metamorfosi insperata. Con Spalletti in panchina, Dzeko si è trasformato da una pistola ad acqua in un kalashnikov. E adesso?

Beh, il giocatore viaggia per i 31 anni, integro e maturo. Anche in campo. Dzeko attacca primo o secondo palo, sa muoversi alle spalle dei difensori, cerca e trova profondità e lo scambio con i compagni. Ha segnato tantissimo, anche perché Spalletti gli aveva costruito una squadra intorno. E Dzeko era un ingranaggio funzionante in un meccanismo finalizzato a consegnarli più palloni possibili. E dai e dai, (più di) qualcuno lo ha messo anche dentro.

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Edin Dzeko, capocannoniere della Serie A

Dzeko: campione o buon giocatore?

Resta, fra i più scettici, il dubbio: Dzeko è un Goleador o uno scarpone che ha vissuto un anno di grazia? Beh, il bilancio è alla pari: una stagione da dimenticare e una da incorniciare. La sensazione è che ogni anno si stia per lanciare in aria una moneta: bisogna sperare che Dzeko imbrocchi il verso giusto…

Troppo severi? No, realisti. Dzeko non “è”. É un fantastico “sarebbe”. Gli manca il killer instinct. A volte si estranea dal match. Cavolo, commette errori incredibili. Il rigore a Udine è memorabile. Poi si inventa la prestazione dell’anno a San Siro, contro il Milan. E non si sa se applaudirlo o picchiarlo. Dzeko è così, prendere o lasciare. Se imbecca la giornata è implacabile. Se sbaglia i primi due o tre palloni o una conclusione verso la rete, si incupisce, ciondola, caracolla. Infine si trasforma in un peso.

É successo poche volte, ma sufficienti per compromettere la stagione. Con il Porto, a Lione, nei derby di Coppa Italia. Poker servito di polveri bagnate. Oh, non è questione di ingratitudine: si dia a Edin ciò che è di Edin. Dzeko segna. E anche tanto. Però quando serve il guizzo in più, la personalità per caricarsi il peso del match, ne resta schiacciato. Bene, ma non benissimo.

L’alternativa viene dalla Danimarca

Una possibile alternativa, secondo le voci di mercato è rappresentata da Kasper Dolberg. Classe 1997, scuola Ajax, valutazione 20 milioni di euro. La Roma prova a chiuderla a 15. Nella capitale direbbero magari ce cascano. Ha le stimmate del predestinato: è un Dennis Bergkamp 2.0. Agile, tecnico, piede educatissimo, elegante nel dribbling, ha visione di gioco straordinaria, pari alla capacità di smarcarsi con un solo controllo di palla. E poi ha il killer instinct da agente dei servizi segreti: freddo, deciso, determinato. Dolberg non si emoziona mai. É glaciale. Una macchina da gol senza sentimento: perfetto per sostituire Dzeko. Nel senso pieno del termine. PROPRIO AL SUO POSTO.

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Kasper Dolberg, attaccante dell’Ajax

Come si fa a rinunciare al capocannoniere? Si fa. Il bosniaco ha un certo mercato e piace ovunque. Europa e Asia. Si possono ricavare sino a 25-30 milioni, anche 40 se Monchi trova acquirenti particolarmente interessati al prodotto. A quelle cifre e a quella età, si vende. Il ricavato, comunque, basta (e avanza, verbo tanto caro a Monchi) per comprare il giovane fenomeno che, a proposito di numeri, ha segnato più di Suarez e Ibrahimovic nella sua prima stagione all’Ajax. Controindicazioni alla causa? Dolberg, per certi versi è da riscoprire in un campionato dove lo spessore tecnico e tattico è profondamente diverso dall’Eredivise. Il campionato olandese rende facile ciò che in Italia sarebbe maledettamente complicato. In più, dovrebbe limare una certa tendenza a strafare, che a volte lo rende irritante. Dettagli, eh. Nel complesso, però, Dolberg vale quanto e in prospettiva anche più di Dzeko. Certo, il massimo sarebbe vederli insieme. Sognare è gratis. Si può, anche senza realizzare plusvalenze.